se non si fosse capito, non abito più qui. il mio indirizzo fisso è
ci ho provato, a tenere due blog, ma non fa per me.
vi aspetto, dall'altra parte del muro.
RACCONTO A RATE
RATA CINQUE: non sapere nulla è meglio che sapere ogni cosa
dopo l'ode alla lavatrice, si stese sul divano. il telefono squillò tre volte prima che riuscisse a trovarlo, tra le pieghe dello chateau d'ax in velluto che la madre di gunter le aveva regalato per il primo anniversario. le coppie normali si scambiano doni tra di loro. in quel caso invece era la suocera a fare la parte del marito. non che fosse un male, perlomeno qualcuno ricordava la data del lieto evento; gunter era troppo impegnato con le sue futili amenità per accorgersi di aver scordato una ricorrenza. persino il cordless era stato un'idea di miss elisabetha. la signora in questione aveva cinquantasei anni e un'agenda farcita di nomi illustri nella borsetta pitonata. adorava coco chanel e si poteva permettere d'indossarne gli abiti, adorava sophie marceau perchè le era amica e le aste di beneficenza portavano tutte il suo inconfondibile marchio: gigli bianchi ovunque. neppure tanto spiacevole, se non si considera il fatto che ogni festa e festina pareva un matrimonio non si sa tra quali sposi. quando lei le aveva rivelato di essere incinta elisabetha aveva organizzato un party premaman: così, si era giustificata, non sarai costretta a comperarti culle passeggini e sonaglietti. a caval donato, non si guarda di certo in bocca. infatti, aveva dovuto evitare di far caso alla stravaganza degli oggetti che la gente aveva scelto in suo onore, e, come da copione, si era dovuta ricomprare quasi tutto.
alla fine al telefono era sua madre. "come stai?" le aveva chiesto, afona. l'avevano da poco operata alla tiroide, e faticava a parlare.
"così. faccio la lavatrice. tu come stai?"
"così così. parlo poco. sarai contenta!" e scoppiò a ridere, più o meno. sembrava piangesse, più che altro, o latrasse addirittura. respirava male. quasi soffocava.
"mamma non sforzarti troppo." fu l'unica cosa che riuscì a dire. non era in grado di consolare le persone.
"hai preparato da mangiare?" sussurrò allora la madre, quando si fu ripresa dalla fatica.
"si. tu?"
"si."
"gunter è tornato'?"
"ti pare?"
"devo dedurne di no." brava mamma, si vede che hai esperienza di vita. sei perspicace. "arriverà presto." sentenziò poi, molto oracolesca.
ci fu un silenzio assai breve. naturale, quando ci si sente tutti i giorni.
"bene bambina mia. torno a fare i mestieri anch'io. salutami la lavatrice."
"sarà fatto. guarsici presto."
tu tu tu tu tu tu tu tu tu. tu cosa? il telefono si prende gioco di noi. ci accusa. che arrivi a leggerci ne pensiero? sollavandosi con molta grazia dal prezioso divano, si accorse di quanto fossero diverse sua madre ed elisabetha. nessuna tangenza, rette parallele che s'incontrano all'infinito, sempre che ne abbiano voglia. la prima volta che si erano incontrate neppure avevano parlato... e come biasimarle? nulla avrebbe potuto scoprirle d'accordo. lei però la sua scelta l'aveva compiuta subito. malgrado il fascino mondano della suocera, e l'inngabile buon gusto in fatto di design, preferiva qualcuno che sa di non sapere nulla, piuttosto di chi conosce ogni cosa.
RATA QUATTRO: la bella lavanderina alla lunga passa di moda (ma poi torna)
così la lavatrice stava ancora facendo il suo dovere. alle macchine non ci pensa nessuno, alla fatica gratuita che impiegano per non strapparci spesso neppure un sorriso, alla gratitudine che loro mostrano diligenti, zelanti, e che noi, puntuali, ignoriamo in maniera garbatamente umana. nessuno fa caso al monoculo antropomorfo di una lavasciuga che ci scruta intimidita in cerca di un cenno compiaciuto, alla bocca spalancata del forno, famelica di coccole e vezzeggiativi imbarazzanti, al musetto isterico del robot della brown bisognoso di affetto. le cose nascono orfane e muoiono giorno dopo giorno uccise dal menefreghismo altrui.
se c'è un cosa che mi schifa è l'incapacità di dire grazie. grazie wirphool perchè mi hai concesso questo piccolo utensile multiuso, grazie hoover per aver generato un nuovo mostro dell'aspirazione, grazie, lavastoviglie, perchè ci sei sempre per me anche quando ti interpello a tarda notte, e grazie anche al divano, all'appendiabiti, al cuscino zebrato su cui si struscia la mia beneamata matilde, al soprammobile del salotto che sgraziatamente riproduce due fenicotteri rosa, grazie persono a te, scopa ripiegabile, nemica del riposo, amica del pulito. grazie a tutte le creature della scienza perchè se non ci foste voi sarei perduta. vi amo e vi stimo nella vostra essenza inanimata, il vostro silenzio mi appaga e il sincopato respiro durante le vostre fatiche mi incanta e mi inebria tutta.
ma soprattutto ode alla lavatrice, prezioso bene di lusso che mai indietreggia di fronte a nuove battaglie, canto te, compagna di sventura, perchè come me sei costretta a bagnarti oltremodo le meccaniche zuppe e lessate per nettare gli umori schifosi del mio ventre e le nauseabonde misture biologiche di mio marito gunter. in te vedo un modello di diligenza e potenza assieme, un esempio per la comunità elettronica e non, una guida spirituale nel disagio e nella fatica estrema. ti amo come sei, bianca candida, dai bordi smussati che non promettono tumefazioni sui corpiccioli impacciati di bambini saltellanti, elegante e austera nel tuo angolo, silenziosa e poco pretenziosa, beneducata, snella ma piantata, amorevole, protettiva, materna, umana.
grazie perchè mi liberi dal peso di fare la bella lavanderina dalla sera alla mattina, con un fazzoletto in testa e il grembiale della nonna avvolto in vita, l'espressione distante di chi non si diverte dipinta lungo il contorno occhi, le labbra appese verso il basso, le mani stanche e molli. forse andava di moda ai tempi in cui tu eri un regalo di matrimonio, un bene da contendersi alla separazione, un acquisto che vale uno stipendio. ma ora credimi, non è più tempo. ora è il tuo tempo.
e allora grazie, o miracolo divino.
RACCONTO A RATE
RATA TRE: è MEGLIO UNA DELUSIONE VERA DI UNA GIOIA FINTA
insomma niente fretta, Gunter, fai pure con comodo. la pasta è pronta da mezz'ora, oramai ripiega su se stessa e non fuma neanche più, ma tu non ti preoccupare, eh, vai tranquillo. prima o poi si fossilizzerà sul tavolo, e anche tu ti fossilizzerai su quella cazzo di poltrona che ricopri in silenzio tutte le mattine col tuo secco deretano da tennista. la tua segretaria si fossilizzerà fissandoti innamorata dalla scrivania di seconda scelta (meglio risparmiare sugli impiegati che sulle sciocche ceramiche che addobbano il tuo ufficio, per carità), e tu non te ne sarai mai accorto. chiama in piena notte una volta a settimana, in genere di venerdì, credi che non me ne sia resa conto? e con una scusa ti costringe a una pausa dal football americano che ti comperi a suon di offerte e vendite ogni mese. tu la seghi con tre parole, hai voglia di posare il culo su un divano vero, di tanto in tanto. allora lei ti lascia libero (sometimes love means letting go, diceva il buon vecchio william) e torna a piangere aggrappata al suo cuscino zebrato da ex adolescente incazzata.
si è tolta il pircing per te, per chi credi che l'abbia fatto?
ha una laure a e mezza, poteva aspirare ad altro.
ma perchè non te ne vai con lei? in fondo io non ne soffrirei poi tanto. si riparte da zero è una frase che suona morbida e calda, giuliva. ma perchè non te ne vai? io e melissa ce la caviamo bene anche da sole. una madre e una figlia sono già una famiglia, non occorre il padre. il padre non occorre mai, ho studiato, posso cavarmela. ma perchè non te ne vai? siamo sempre stai una bugia ben mascherata, e la nostra bambina è il frutto di questa menzogna perfetta. io non ti amo nè ti saprei amare tra vent'anni. il tuo modo di appenderti alle mie mammelle mi fa ribrezzo, la tua voce isterica mi fa ribrezzo, le tue scarpe vecchie (hai una mania per gli accessori da far pena ai feticisti) mi fanno ribrezzo, la tua puntualità mi fa ribrezzo, mi da sullo stomaco e sui nervi anche il tuo ritardo, adesso. ma perchè non te ne vai con lei? lei ti ama più di se stessa. morirebbe per te. ucciderebbe per te. io non so nemmeno se riuscirei ad accoppare qualcuno che non sia tu, Gunter.
ma eccoti, eccoti al telefono. questo maledetto apparecchio mostra anche il numero di chi sta chiamando, tanto perchè io sappia di che morte morirò. se mia suocera o te o mia madre o la tua segretaria Molly. sto in bilico sulla questione: se rispondere o no.
"si?"
"amore tardo." ancora quella r bolzanina appesa alla tua lingua, c'hai. sei peggio dei meridionali che regalano doppie al popolo, sei.
"si, l'avevio immaginato. non importa, amore." amore. e questa da dove mi è uscita?
"ci vediamo tra un'ora." fa' anche tre.
"va bene tesoro." puah, tesoro. puah. che schifo.
ma perchè non te ne vai? sarei felice. in fin dei conti è meglio una delusione vera di una gioia finta.
torno alla mia lavatrice, che è meglio. c'è una cosa che devo nettare, una cosa mia. a mano non è venuta pulita. speriamo in bene.
RACCONTO A RATE
RATA 2: GL'IMPERMEABILI (presentazione)
di Laura Palmer e del suo piccolo orrore americano Viola se ne dimenticò quasi subito. aveva fame e suo marito sarebbe rientrato presto dal lavoro. lui adorava letteralmente la pasta al forno, e a lei piaceva molto cucinare. si sarebbe detto un connubio perfetto, se non fosse per il fatto che Gunter (sel'era accalappiato tedesco, visto che c'era, il massimo dell'affidabilità, almeno per quel che riguarda gli elettrodomestici) di tanto in tanto si infilava tra le sue cosce chiamandola "mamma", e voleva che lei si rivolgesse a lui come a un padre, durante il rendez-vous. era il loro piccolo segreto, il loro piccolo orrore italiano. aveva un cosino rachitico e storto che ogni volta le dava fastidio maneggiare. poi l'idea che fosse stato con altre donne molto più vecchie di lei prima di sposarla le dava la nausea. puntualmente, dopo aver fatto sesso, lui si lavava il pene e le mani, indossava un cambio d'abiti disimpegnato, usciva e le comperava dei fiori. sentiva di doverle qualcosa. se non altro, per la pazienza concessagli, era vero.
Gunter era un agente di borsa. spesso passava le ore prima dell'alba a fissare sul monitor l'apertura di honk hong, le previsioni del nasdaq, le prime quotazioni di mosca e tokio. i numeri si susseguivano accompagnati da diligenti segni positivi o negativi, e lui a seconda dell'umore annuiva o sbuffava. era deformato professionalmente, ma non bastava: odiava tutto ciò che avesse un risvolto non calcolabile matematicamente. non andavano mai al cinema nè a teatro, non organizzavano cene cogli amici e anzi non avevano neppure degli amici da invitare, di tanto in tanto. a Viola erano rimaste solo la sorella, la madre e una compagna di università con le quali sfogare e maledire le proprie frustrazioni sessuali. piano piano aveva cominciato ad imparare come nascondersi da lui, senza indisporlo o insospettirlo, o come simulare vere e proprie patologie che le permettessero di esonerarsi dalla propria mansione di moglie. ne aveva fin sopra i capelli delle fissazioni di Gunter, e se non fosse stato per la sua indole pacata e piacevole lo avrebbe lasciato da un pezzo.
alla televisione davano lo spot del monte dei paschi di siena. lo sentiva sin dal piano di sopra. Gunter tardava inspiegabilmente. adorava quella canzone, gl'impermeabili, e adorava Paolo Conte. "e ricomincerà, come in un rendez-vous", poi tutti quegli strumenti, la musica davvero è un miracolo sopra le righe. è vita pura. la lavatrice s'impennò colta dal suo solito singhiozzo, e le impedì di ascoltare l'ultimo ritornello prima della frase a effetto. Viola fissò incattivita l'oblò e ci mancò poco che lo prendesse a pugni. perchè le cose fanno tanto rumore? non si vivrebbe al meglio se tutto avesse il silenziatore, anche la voce umana? quella volta che si erano conosciuti, lei e Gunter, avrebbe fatto volentieri a meno di ascoltarsi un intero bignami sulla borsa internazionale. l'avrebbe semplicemnente ignorato, guardandosi intorno curiosa come fan tutti, in treno; poi l'avrebbe preso per mano e sarebbe bastato un gesto, quel gesto furtivo con le dita, per rapirlo in silenzio. ma no, lui aveva voluto parlare, e non c'era stata maniera cordiale di zittirlo. la lavatrice ululava ancora, presa da spasmi continui, e Viola decise di andare a scaldare la pasta. sarebbe tornata presto, magari dopo lo spot della bmw.
RACCONTO A RATE
RATA UNO: CHI HA UCCISO LAURA PALMER?
the cat is on the table. l'unico esempio del libro d'inglese che nessuno scorda. a nina veniva da ridere, ma della grossa anche. perchè il gatto era realmente sul tavolo, sebbene si appropinquasse già, sottile e piatto, verso la lavatrice. come se gli bruciasse il culo (anzi, come se il culo gli andasse in fiamme) saltò per aria e si schiantò sul pavimento, mancando la mira. quando i gatti si muovono paiono presi da un'urgenza tipo "io-qui-non-ci-posso-più-stare". e non ci restano, cazzo, a costo di lasciarci le penne. che non hanno. insomma matilde (il gatto) si guardò attorno, delusa e sparuta, per qualche attimo, poi fuggì fuori dalla porta, in preda al panico.
probabilmente non vide le scale, o forse non ci fece caso apposta. certe bestie sono davvero convinte di avere nove vite. vaglielo a spiegare te che la vita è una e non va gettata via così. a lei probabilmente piaceva immaginarsi una wonder-cat. come smentirla? era finita tre volte sotto una macchina, di cui due si era rotta una zampa. mai la stessa, tralaltro. eppure era sempre tra noi. magari nove vite non le aveva, ma quell'unica in suo possesso era sfacciatamente fortunata, perdio. fatto sta che carambolò giù fino al piano terra manco avesse le ali. e infatti, siccome non le aveva, si schiatò di pancia, e pianse un po' prima di rimettersi in piedi. alla faccia di chi dice che i gatti cadono sempre sulle zampe. sti cazzi.
nessuno venne in suo soccorso. nina era troppo occupata a fissare la lavatrice che le tremolava davanti, gonfia di sapone e panni. aveva qualcosa da nettare, lei, era importante. odiava sentirsi sporca. la gatta ci mise ancora un po' a riprendersi, barcollava. alla fine prese la via della finestra come se qualcuno le avesse dato una pedata sul didietro. ci mise un nulla ed era fuori, il tutto miagolando. un bel dispendio inutile di energie, tanto a chi sarebbe importato delle sue intenzioni? era libera, come ogni felino. libera, come nasce ognuno di noi. libera. e mentre matilde gridava al quartiere la sua libertà con toni striduli, nina si grattò il capo e cercò di farsi tornare in mente chi aveva ucciso laura palmer, vittima innocente di twin peaks.
vantava 15 anni di vita quando trasmettevano la serie, ma sinceramente aveva sempre preferito x-files. non per altro, ma l'agente mulder è un bel figo... e poi le indagini variavano, perdio, mica la stessa storia ogni volta! insomma lei non ricordava come finisse il serial. ma quella laura palmer le aveva fatto una pena tale che durante le proiezioni si voltava sistematicamente dall'altra parte, quando compariva lei. perchè è questo il punto, il grande controsenso del mondo sullo schermo. laura non era morta, era morta solo per il pibblico. ed era stato proprio il pubblico, il grande seguito che a quel programma era toccato, ad ucciderla. gli spettatori creano il bisogno di nuovi mostri. gli spettatori creano i mostri per farsela passare, per ingannare la noia. gli spettatori sono degli egoisti di merda.
è stata la gente a uccidere laura palmer, mica l'assassino.
fine prima parte
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curriculum europeo
Informazioni personali |
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Nome |
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elettra z. |
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Indirizzo |
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un po’ tutte le strade, basta che chiedi di tathiana |
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Telefono |
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lo uso solo tra un cliente e l’altro |
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Fax |
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- |
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E-mail |
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quelcheancornonsaitulotroveraisoloquitralemiebraccia@libera.it |
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Nazionalità |
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Italiana (spero che quello stronzo del mio ex marito fosse davvero tialiano…) |
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Data di nascita |
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mai chiedere l’età a una donna! |
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Esperienza lavorativa |
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• Date (da – a) |
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Da una vita |
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• Nome e indirizzo del datore di lavoro |
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Non che mi fidi molto a darvelo… |
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• Tipo di azienda o settore |
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Campo del biologico: 30%, campo del falso emotivo (t’illudo di amarti) 50%, volontariato: 20% |
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• Tipo di impiego |
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Accompagnatrice per notti solitarie |
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• Principali mansioni e responsabilità |
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Contatti intimi con clienti bisognosi |
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Esperienza lavorativa |
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• Date (da – a) |
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Da aprile 2000 a luglio 2002 |
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• Nome e indirizzo del datore di lavoro |
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Lo stronzo del mio ex marito |
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• Tipo di azienda o settore |
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Settore domestico |
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• Tipo di impiego |
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Moglie part time |
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• Principali mansioni e responsabilità |
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Addetta alla gestione della casa, all’apertura di birre e alla soddisfazione delle sue tristi fisse sessuali (in compenso gli ho rubato anche soldi, si può dire?) |
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Istruzione e formazione |
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• Date (da – a) |
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Per 5 maledetti anni della mia vita |
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• Nome e tipo di istituto di istruzione o formazione |
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Ragioneria di Budapest |
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• Principali materie / abilità professionali oggetto dello studio |
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Contabilità, Ragioneria, Diritto Commerciale, Economia, qualche marchetta qua e là, un paio di furti in presidenza |
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• Qualifica conseguita |
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Diploma di ragioniera |
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• Livello nella classificazione nazionale (se pertinente) |
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diploma quinquennale (regalato!) |
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• Date (da – a) |
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per 3 anni della mia vita |
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• Nome e tipo di istituto di istruzione o formazione |
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scuola media xxx (per rispetto preferisco non fare nomi…) |
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• Principali materie / abilità professionali oggetto dello studio |
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italiano storia geografia arte matematica fisica e chimica, una particolare propensione ai rapporti interpersonali di ordine sadomasochista |
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• Qualifica conseguita |
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media |
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• Livello nella classificazione nazionale (se pertinente) |
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Diploma triennale (assenze: giustificate da quel coglione di mio padre che prima mi batteva e poi mi faceva i permessi per la scuola) |
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Acquisite nel corso della vita e della carriera ma non necessariamente riconosciute da certificati e diplomi ufficiali. |
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Prima lingua |
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Altre lingue |
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Tedesco |
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• Capacità di lettura |
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livello: buono (sono stata per un po’ con un ufficiale della marina tedesca… povero impotente!) |
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• Capacità di scrittura |
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livello: buono |
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• Capacità di espressione orale |
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livello: ottima (quella in tutte le lingue: l’orale è la mia specialità!) |
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Inglese |
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• Capacità di lettura |
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livello: scolastico |
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• Capacità di scrittura |
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livello: scolastico |
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• Capacità di espressione orale |
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livello: ottimo |
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Capacità e competenze relazionali Vivere e lavorare con altre persone, in ambiente multiculturale, occupando posti in cui la comunicazione è importante e in situazioni in cui è essenziale lavorare in squadra (ad es. cultura e sport), ecc. |
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Abilità nella gestione dei rapporti con clienti, propensione psicologica alla soddisfazione delle perversioni altrui (acquisite entrambe nella mia esperienza lavorativa) |
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Capacità e competenze organizzative Ad es. coordinamento e amministrazione di persone, progetti, bilanci; sul posto di lavoro, in attività di volontariato (ad es. cultura e sport), a casa, ecc. |
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Organizzazione orge di gruppo e festini per soli etero (le lesbiche mi hanno sempre fatto un po’ paura). |
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Capacità e competenze tecniche Con computer, attrezzature specifiche, macchinari, ecc. |
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conoscenza approfondita del settore moda sadomasochista ed esperienza pluriennale nel campo della pratica tantrica (riservata agli impotenti, poveretti…) |
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Capacità e competenze artistiche Musica, scrittura, disegno ecc. |
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capacità di sopportazione di ogni colonna sonora che faccia da sottofondo alle prestazioni, basta che non duri troppo (altrimenti reclamo un extra) |
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Altre capacità e competenze Competenze non precedentemente indicate. |
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accenni di contorsionismo e di danze orientali (imparate da autodidatta e da colleghe indiane e palestinesi) |
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Patente o patenti |
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Patente tipo B – mezzo altrui (basta che sia comodo) |
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Ulteriori informazioni |
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Per eventuali referenze: chiedere di Assan ( e vi ho già detto troppo) |
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Allegati |
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Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.lgs. 196 del 30 giugno 2003.
Data______oggi (che domande!)________________ Firma elettra (in arte tathiana)
Viviamo veramente soltanto quando siamo soli, ma ci sentiamo vivi solamente se amiamo.
Che spreco.
(tanto per dire, no?)
l'immagine di quello che siamo non ci rispetta. lo specchio si prende gioco di noi. a 15 anni per la prima volta, dopo il nostro rendez-vous quotidiano al cospetto della parete riflettente del bagno, ci voltiamo di scatto, a metà strada tra la sacrosanta libertà di essere e la schiavitù di un giudizio oggettivo: lui è lì, con tanto di linguaccia canzonatoria, digrigna i denti e ci abbaia contro. così ci risvegliamo dalla favola dell'infanzia e mutiamo in brutti anatroccoli adolescenti. un giorno come tanti. la verità che pesa nello zaino diventa allora, più dei libri, più del diario con i richiami del professore annotati a biro, lo specchietto a conchiglia che ci ha regalato nostra madre per il primo campeggio. "cos'è" ci chiediamo incattiviti "un modo per rendermi quotidianamente cosciente dell'orrore che sono? una maniera propedeutica per spingermi all'autoanalisi?". E tintinnano disordinate collane e collanine sul collo improvvisamente impresentabile, vergogna di delicatezze Modiglianee.
per Diana, quel giorno ci ha rovinato la vita. era meglio la blasfema cecità di un sole cattivo e malato che affonda i raggi nei bulbi, e li devitalizza. preferivamo (tutti ma soprattutto tuttE) i sette anni di rogna che accompagnano l'infrangersi violento al suolo della superficie riflettente, piuttosto di diete assassine e disperate corse sul posto. auspicavamo chi a un futuro come danzatrice in un circo, con volant e merletti appesi alle natiche nude, chi a una luminosa carriera cinematografica, con tanto di oscar piantato sopra una pila di copioni, come fermacarte. invece niente. non avremo di che ridere e gioire, no, mai più, perchè siamo brutte. o brutti. tempestati di brufoli quasi un ciondolo svaroski di pallidi strass, anientati dalla perfidia di una natura ingrata, messi a confronto colla Nike di Samotracia o col Discobolo facciamo fetecchia. quasi un vilipendio all'arte.
ma una soluzione, per quanto trita e banale, c'è. lo insegnano le favole. l'invidia non porta da nessuna parte. allora al cospetto del maledetto aggeggio infernale che dicono ci mostri il nostro vero volto, alla domanda "specchio delle mie mie brame, chi è la più bella (o il più fico) del reame?" sostituiremo: "specchio del mio cesso (abbellito di fronzoli e cartoline da far impallidire il santuario di Lourdes con tutte le sue grazie), chi è la più racchia, la più orrenda e malvestita della scuola? secondo me quella Caterina della 2' C... quella non sa nemmeno dove sta di casa una doccia, e si fa ancora accomodare i pantaloni del mercato dalla madre."
e per fortuna che gli specchi non parlano. e per fortuna che chi tace sembra, a modo suo, acconsentire.
Che male c'è?
Non aveva voglia di sapere. Non quella volta. Non così, baciata dal sole, non Quell’estate. Non
“No.”
Aveva 19 anni quando era successo, quando lui non era recidivo. Quando ancora c’era motivo di fare progetti, di credere, di appartenersi. Quando sorridere non era una paresi ma una libera manifestazione delle proprie attitudini verso il mondo, verso il destino. Era estate, si, anche allora lo era, ma in maniera diversa. Non tornava mai a casa, lei, non le apparteneva, come ecosistema. La fauna locale non ne prevedeva la presenza, il che forse non era un male. La sincera condivisione di un disagio non contempla in sé alcun margine di errore.
“Agata io…”
Agata io un cazzo. Agata io un bel cazzo di niente. Proprio no, non voleva sentirlo.
“Agata non vuole starti a sentire.”
“Perchè parli sempre in terza persona? Non credevo soffrissi di dissociazione dell’io…”
Questa era bella. Bellissima. La migliore. Dissociazione dell’io. Dopo aver sopportato quarantasei sedute dallo psicologo della mutua in quanto cutter recidiva, la dissociazione dell’io le faceva un baffo. Un bel baffo alla Garibaldi, un baffone. Il baffo della birra Moretti, pace all’anima sua. Che poi pazza no, non stavolta, non adesso. Pazza non lo era più, né tantomeno dissociata.
“Ma dissociata de che, dissociata? Di cosa? Da chi? Da me? Tu non hai capito un cazzo.”
Si accese una sigaretta. Quella decisione di fumare, quant’era stata stupida. La più stupida che avesse mai preso in tutta la vita. Soldi al vento, soldi che scivolano in un distributore e diventano sbuffi, sbuffi grigi, che salgono in alto, sempre più in alto, e bucano l’ozono. Una volta pensava che nascondendo l’accendino a suo padre forse lui avrebbe smesso.
Così sel’era infilato in tasca, a 12 anni, e l’aveva seppellito in giardino, mentre lui dormiva. Aveva capito tutto della vita, Agata. La piccola Agata. Poi dicono che i bambini sono scemi. Scemo è chi lo scemo fa, ma a lei nessuno la faceva fessa. Nessuno fa fesso un bambino.
(N.B. Quando si era svegliato, papà, aveva messo le scarpe, si era buttato addosso un giaccone e, frugando in tasca, aveva trovato un altro accendino. Allora aveva sorriso e si era svestito, con calma, accendendosi la diciassettesima multifilter del giorno. Erano le sei le pomeriggio, e l’aria sapeva di pioggia. Mentre lei piangeva, sconfitta e sola nella sua stanza, la radio cantava gli Spandau Ballet, “Gold”.)
“Dissociata dal mondo. Agata, in fondo non è mai detta l’ultima… chi lo sa che magari un giorno…” Ma aveva tutta l’aria di non crederci nemmeno lui. Così disegnava cerchi immaginari sul ghiaino, cerchi colla punta della scarpa, e stava zitto. Muto di un silenzio che perfora i timpani. Che dilania la pazienza.
“O ma cazzo, ci sei o ci fai? Un giorno cosa? Un giorno la fame nel mondo non ci sarà più e la gente correrà nuda per le strade e tutti praticheremo l’amore libero e un imbecille occhialuto ipocondriaco troverà una cura per il cancro? Ma un giorno cosa? Eh?”
Un giorno. Quel giorno, lei aveva 19 anni e sua madre piangeva piano in soffitta, tra i libri di medicina. Quel giorno nessuno poteva sapere quanto le fosse necessario un abbraccio. E invece era lei a stringere un cuscino, il solito, quello giallo e rosa. Quello che le aveva regalato Alfredo. Il suo “consolador”.
Lui batteva le mani passeggiando per il giardino. Quello sputo di terra su cui avevano zampettato tre cani, ed erano poi morti gloriosamente, per svariate ragioni, a distanza di lustri. Lustri perfetti, con pochi giorni di ritardo o di anticipo rispetto alle loro aspettative.
“Chi lo sa Agata? Chi lo sa? Magari si, magari succederà. Quand’è che hai smesso di sperare?”
Quando? Quando? Quando aveva mai iniziato, lei? Quando era più facile, da piccola, si, ci aveva provato. E le riusciva anche piuttosto bene. Ma poi le cose cambiano, poi arriva l’uomo nero e comincia la guerra in Iraq e alle superiori ti rimandano in latino con il quattro, così smetti di crederci. Nella Soluzione. Smetti di immaginartela, di pensartela, smetti di sognare. Anche di notte. Dormi del sonno disperato dei cretini quieti e rassegnati e ti svegli che non ne hai mai abbastanza. Perché non SEI abbastanza, perché non sei tu. Perché toglietemi tutto ma non la voglia di vivere, e migliorare, e superarmi mandando a fanculo la vecchia me. Perché senza io sono nulla, perché non sono. Non sono più da un pezzo.
“Non credo più da un pezzo, io, papà. Non ci credo.”
“Perché?” Era una domanda? Era davvero una domanda? Che domanda del cazzo.
“Che domanda del cazzo. E tu perché ci credi?”
“Perché non mi resta altro, Agata.”
Ecco era quello che non voleva sentire. Quello. Quel silenzio dopo una frase a effetto, americana, cinematografica. Quel maledetto vuoto dentro tipo se ti aspirassero gli organi vitali ma tu rimanessi comunque in piedi. Quei tre secondi di vita dopo che la ghigliottina ha fatto il suo dovere, carezzandoti la nuca con un po’ troppa veemenza. Quel mostruoso nulla che segue la catastrofe, come Morte galoppa dietro a Carestia o a Pestilenza, la spada puntata, pronta. Quasi tu non ne avessi già passate abbastanza. Ma non basta, no, non basta mai. Siamo umani e l’inferno è qui, l’inferno è ora, l’inferno sono gli occhi di tuo padre che ti studiano imbarazzati ora che ti racconta che sta morendo, e lo ammette a sé mentre lo fa con te. Due cose in una, come gli sconti e le bufale, come il perdono e il senso di colpa, quello vero. Quello che ti marchia a fuoco. Quello che ti costringe ad accendere un’altra sigaretta e a dire cose che non pensi.
Quel giorno aveva 19 anni e le hit parade si guardavano in tv. Leggere non era una motivo di vergogna e scopare non giustificava un buon posto di lavoro.
Suo padre aveva un cancro e nessuno gliel’aveva detto. L’aveva capito da sola.
Questo giorno di anni ne aveva 27, e le hit parade erano morte coi suoi primi timidi approcci alla tesi di laurea, molto tempo fa. Leggere era un verbo del tutto privo di significato che non rappresentava un’azione, ma un disagio nei confronti della vita vissuta. Scopare (sempre e comunque al di fuori del matrimonio, e del sentimento), quello si, faceva della gente un’ottima segretaria, o una moglie rispettabile. O un grande uomo.
“Beh, e ora che si fa?”
Erano in vacanza, loro due, da soli. In montagna. Mamma sen’era andata quel giorno, otto anni prima. Aveva lasciato un biglietto sul tavolo della cucina: ‘Io così non ce la faccio. Così no. Mi dispiace di non essere stata all’altezza delle vostre aspettative. Non posso veder morire chi amo. Perché vi amo, tutti e due. Scusatemi.’
E ora lei stava per sposarsi. Con Alfredo. Era la loro estate, quella, era l’ultima.
“Che si fa, papà?”
Papà si mordeva il labbro. Lo sapeva anche lui che avrebbe detto qualcosa di scomodo, adesso, di fuori luogo.
“Si spera, Agata, si spera.”
“Che cos’è?”
“Metastasi alla gola. E ai polmoni. Ma adesso basta, che è tardi, prepara la tavola, dai che mangiamo qualcosa. Ho fame.” Bugia, era da tempo che non aveva più fame. E lei aveva disimparato a sperare. Quindi: bisognava ricominciare tutto daccapo. Un’altra volta. E ogni maledetto inizio era difficile, sempre più difficile.
Ogni volta sembrava non finire mai… ma forse Questa volta, Questa, forse Questa era diversa. Forse.
Suo padre cominciò a salire le scale, aiutandosi con il corrimano. I balconi intarsiati di stelle alpine giocavano a squarciare la luce senza pietà. Era agosto, tardo pomeriggio, e le mamme chiamavano a rapporto i bambini gocciolanti di sudore coi palloni in mano, per sgridarli o per mangiare. Qualcuno invecchiava lento sulle panchine dell’altipiano, ricordando la guerra. Qualcun altro preferiva farlo lungo i tornanti di antichi sentieri abbarbicati ai monti, camminando. Altri si acquattavano di fronte alla televisione, sperando che il divano, un giorno o l’altro, li ingoiasse nella sua piega centrale, facendoli sparire. Nessuno se ne sarebbe accorto. Erano tutti morti, forse.
Ma si muore un po’ per poter vivere.
“Papà?”
Lui si voltò subito, VOLEVA essere chiamato.
“Si?”
“Posso farti una domanda?” Come quando sei piccolo e sai che stai per chiedere qualcosa di scemo. Come quando ti vergogni, e hai 18 anni ma pensi che il mondo di testa te ne dia 13. Come quando all’università tutti capiscono e tu no. Come ammettere che forse è chiaro, ma forse anche no, che male c’è, in fondo?
“Si cara, dimmi pure.”
E lei già piangeva, lei, piangeva.
“Ma perché ancora? Perché a te? Perché?”
Perché?
Perché?



