tra poco indosserò dei tacchi alti, un pantaloncino da fare invidia a barbarella, delle calze bianche. festeggerò la fine dell'anno come se mi competesse di farlo, oggi, adesso, come se fosse bello per l'essere umano lasciarsi indietro il tempo che va, e tiranno sottolinea la caducità del corpo. tra poco mi farò una doccia, lavandomi di dosso l'intero 2005. tra poco piangerò, e sarà come farlo per la prima volta. non ho voglia di lanciarmi in un gomitolo di strade, scrive ungaretti raccontando il suo natale, e io partecipo di un sentimento poetico che molti anni fa invase chi ora figura nelle antologie scolastiche, chi ci ha lasciati. passano le stagioni, passa persino il dolore, ma l'uomo resta generalmente lo stesso.
tra poco indosserò una maglia attillata. tra poco sarà il momento del trucco. tutto in un attimo, non ci appartiene questa testarda voglia di festeggiare il momento che fugge, ed è già l'anno nuovo. incantevole, il carpe diem oraziano. ma quanto falso e ipocrita.. ma com'è distante da noi, ma quanto fa male, troppo male, il sapere un'amica prossima all'uomo che ami più di quanto non lo sia mai stata tu, questa notte. dio la virgola dell'espressione, il margine, la nota a piè di pagina, la mancanza. un'orecchia a un libro che nemmeno ci appartiene. la mancata appartenenza quale dannazione eterna stasera, tutte le sere, anche solo in testa.
fanculo, lo odio già, questo 2006.
Qual è il tuo sogno ricorrente?
Si sentiva roteare, come sul letto di qualcuno che non ti appartiene, quando sei ubriaca. Le palpebre calano sulla riproduzione in 3-d di una realtà troppo densa, a tratti insostenibile; dentro portava il peso dell’incongruenza, una bestia senza casa, insaziabile, indesiderata. Quando bevi nulla ha più una logica, ti tocca cercarla con impegno, per mai uscire vittoriosa dalla sbornia riflessiva di un giorno di festa forzata. Incapace alla resa, la voce si fece stridula, incalzante.
Qual è il tuo sogno ricorrente?
Le sovvenne la rada essenza di un ragazzo dalle labbra livide e il profilo elegante, pendente a causa di una birra di troppo, riavvertì la sua querela, “sei felice adesso?”, cui ella fu inabile a rispondere. Aveva sempre odiato i questionari, i punti interrogativi le lasciavano un sapore grumoso sul palato. La confusione dell’uncino grafico le metteva disagio, avrebbe volentieri evitato di parlare di sé, se non fosse stata costretta a farlo dalle contingenze. Tra lei e il suo inconscio stava una sottile patina chiamata esperienza… esulare da essa avrebbe comportato enormi disagi, forse l’ennesima sconfitta. E la ragazza ne aveva abbastanza di battaglie per la conquista di inutili corone di carta.
Qual è il tuo sogno ricorrente?
Maledetta la volta che l’onirico aveva fatto il suo maestoso ingresso nella mente d’infante di colei che ora taceva, incerta sul da farsi. Odiava svegliarsi dopo un sonno pesate, ancora immersa nelle sciocche diatribe di Morfeo Marte e Venere. Quel gusto di incoscienza pretesa le imponeva un immediato massaggio dentolabiale da parte di uno spazzolino logicamente troppo duro. La sensazione non svaniva neppure dopo questa quotidiana depurazione; in bilico tra la resa dell’umano in virtù di una follia galoppante, attendeva che la vita le si presentasse all’occhio attraverso leggeri traumi consecutivi. Fissava il sole, dolorante, e godeva della violenza con cui i raggi soffocavano la retina.
Qual è il tuo sogno ricorrente?
Attorcigliava i capelli rosso spento all’indice sgraziato. Dopo anni di profonda insoddisfazione, aveva imparato ad accettare anche le sue mani. Scostando una ciocca di crini dal volto liscio, si abbandonò al gorgo dell’egoistico piacere che coglie una donna al cospetto della molle plasticità relativa al proprio corpo. Aveva la sensazione che tutti potessero assaporare quella tacita gioia. Nulla di più falso. Ebbra dell’inesprimibile che da sempre ci incatena al timore, volse lo sguardo allo schermo del telefono, sorridendo.
Qual è il tuo sogno ricorrente?
Ecco la risposta.
Il mio sogno ricorrente è la guerra.
Perché la guerra, Silvana?
Perché non potrei mai perdere tutti gli agi che mi permettono di scrivere, perché non sarei più io, se non sapessi di poter avere.
Tra essere e possesso, la potenza dell’uno completa l’essenza dell’altro.
Ti respira ti cerca
Nidifica sui cuori spezzati
Va in caccia di baci e candele
Succhia forte sulle tue labbra
E scava tunnel attraverso le tue costole
Cade soffice come neve
Prima diventa caldo poi freddo alla fine fa male
Amore amore
Tutti vogliono addomesticarti
Amore amore alla fine
impigliati tra i tuoi denti
L'amore è un animale selvaggio
Morsica e graffia e salta verso di me
Mi tiene stretto con mille braccia
E mi trascina nel suo nido d'amore
Mi divora dalla testa ai piedi
E mi vomita fuori dopo tanti anni
Cade soffice come neve
Prima diventa caldo poi freddo alla fine fa male
Amore amore
Tutti vogliono addomesticarti
Amore amore alla fine
impigliati tra i tuoi denti
L'amore è un animale selvaggio
Cadi nella sua trappola
Ti fissa negli occhi
Incantato quando il suo sguardo ti colpisce
Per favore per favore datemi del veleno.
ho l'aria di un
a travolta da pacchetti e pacchettini, dalla foga commerciale di una festa alla nightmare before christmas. alberi che spuntano mossi da vita propria un po' in ogni angolo, bancarelle ostruenti, scatole arcobaleno per incartare i doni, e balocchi, balocchi in ogni dove, balocchi costosi e altri economici, in legno, in pietra, in plastica, nylon, cotone misto seta. c'è da impazzire. cen'è abbastanza per dire "ok, io mi defilo. ci rinuncio, al natale."
cosa può mai essere, in fondo, una giornata segnata in rosso sul calendario? la vacanza dei familiari che si affolleranno in un salotto sempre troppo stretto per tutti, troppo intermittente e festante, troppo peloso con quegli sciocchi festoni a bande oro e argento. si mangerà fino a star male, poi un alca seltzer e via fuori ognuno con chi più gl'aggrada.. già, perchè tra le molte cose natale quest'anno viene di sabato, e nonsiamai perdere la serata in sciocchi convenevoli, macchè.
nulla vale lo spettacolo di una nevicata, e tu - io? - in mezzo alla tredicesima strada, sola, tra le lucette che sforano il ritmo giusto, che assaggi i fiocchi e ridi, dio, ridi da star male, ridi per te, ridi e basta, al di là del dolore quotidiano, delle sconfitte, lance a te, sebastiano arreso, ridi per una precipitazione che, stavolta, non fa bestemmiare, ma riempie l'anima vacua e sprezzante. nulla vale il natale di joy potter.
a volte sarei volentieri lei. poi cambio idea e reprimo quella forte tensione che mi spinge alla volta di una settantaduenne ancora desiderabile e piacente. betty boop è una tardona che ancora non sa di aver perduto gli anni migliori della sua esistenza a popolare le notti insonni di giovani marinai, patinata su copertine simboliste americane. io di anni ne ho 21 e non so gestire tre cazzo di maschi che mi ronzano attorno - o nella mente - come api sul miele. cioè, nemmeno una popolazione milionaria, no, tre bestie con la proboscide al posto sbagliato.
certo che un po' mi faccio pena. ho smesso di ammorbidirmi, eppure qualcuno ancora mi utilizza come tappeto, mi calpesta,
mi piaga la pelle, poi ciò che sta sottopelle, infine l'anima, candida, arricciata, ora densa di orme straniere. chi cazzo si permette di frequenmtare il mio giardino emotivo senza invito? ogni giorno questo qualcuno ha nome e fattezze differenti. mi chiedo se sono io troppo buona, o gli altri infinitamente stronzi. poi smetto di chiedermi. le paranoie le lascio agli altri. ho una laurea da dare, io.
La ragazza invisibile
Era bruttina a giorni alterni. Tre le pieghe del maglione, l’acido muriatico che suda ogni essere insignificante al cospetto dell’umana indifferenza. Esile per natura, avrebbe spesso desiderato scomparire, se non fosse stato necessario farlo a voce alta. Così, liquefarsi e immergere le geometrie a incastro di un pavimento liscio. Ma l’avrebbero calpestata ancora, e a tutto c’è un limite.
Quotidiani simposi in compagnia di Dante e John Doh, colazioni parigine di stampo romantico, passeggiate sul lungarno tra i panni sporchi di Manzoni e sua figlia Matilde, l’unica illegittima. L’alba di un ennesimo giorno aveva tra le sue labbra il sapore polveroso dei vecchi volumi della madre Patrizia. Stavano sempre troppo in alto, e quando era piccola si aiutava con una sedia, non potendo raggiungerli che con la punta dell’indice tinto dal freddo. Due braccia risolutrici, sistematicamente, la issavano, concedendole un sapere privo di sforzo. Infine, contro ilo muro portante della soffita, si spogliava della propria, impalpabile identità, per indossarne altre.
Quel giorno sedeva tra i banchi dell’aula imbevuta di luce. Cercava, attraverso e poi benoltre i vetri spruzzati di polvere e pioggia, una calma che solo il silenzio avrebbe potuto confezionarle; il chiacchiericcio di chi naturalmente l’ignorava tendeva con prepotenza, suo malgrado, all’insostenibilità. Posò gli occhiali sul banco, quasi a voler rendere quella marcata confusione un acquerello bagnato. Tra i contorni di un presente abbozzato, Borello fece il suo ingresso; sostò, giusto quel tanto che basta a carpire un volto nuovo, di fronte alla ragazza invisibile, paralizzato e muto. Lei, consapevole di una presenza senza nome né contorno, riacciuffò frettolosa le lenti. L’assistente, d’istinto, distolse lo sguardo, raccogliendole una penna dal pavimento; nell’accomodarla sul suo banco, lasciò che l’occhio passeggiasse altrove. Se non l’avesse arpionata, dopo la lezione, con la scusa di un caffè, lei avrebbe seguitato a credere che lui avesse indugiato sulla scollatura della vicina.
In quel maggio zuppo d’estate anche le rondini sentivano caldo. L’attesa che la separava da quell’appuntamento improvviso pareva una matassa di filo dall’estremità tesa al più fitto mistero; aggravata dall’interrogativo che, forse, le avrebbe sfilato di dosso il bozzolo dell’anonimato, stava, recalcitrante al cospetto di una sedia vuota. Nel vacuo sollazzo di un vento artificiale, l’intero caffè ribolliva d’odorosa miscela sudamericana. Affogati in panchine color crema dai riccioli retrò, i clienti stendevano i piedi discorrendo di libri e soggetti, frivolezze, opinioni. L’animo implorante della ragazza, mani giunte, esponeva querele a iosa; posata la schiena sulla poltrona, il corpo alleviò le proprie sofferenze, ma fu il solo. Assecondati i bisogni della materia, s’adoperò per risolvere quelli dello spirito, ma, pasticciando qua e là come fanno dolcemente le donne, arrancava e annegava nella crema densa di un budino tremolante. Scartavetrando una bustina di zucchero con le chiavi della bici, subì allora la vertigine della propria, novella visibilità. S’appese all’ipotesi che Borello non venisse, vana teoria. Provocato, il fato le sbattè immediatamente in faccia l’assistente, espressione colpevole, scuse alla mano.
Al piano terra l’attendevano i suoi genitori, Marta, gli altri amici. Divorò gli scalini con l’appetito di chi ha dovuto digerire qualunque torto da parte di numi burberi e ostracisti, un paio di volte perse la corona d’alloro, recuperandola in caduta. Da poco aveva subito la solitudine troppo rumorosa di una nottata bianca post separazione, e i la sua pelle lo tradiva ampiamente. In cuor suo sperava che Giacomo fosse lì, alla base di quella rocambolesca discesa, impaziente e festante, a suo modo, il solito Giacomo elegante, composto, il suo Giacomo. L’ultima rampa la trascinò di peso in quel caffè, dove tre anni prima Borello aveva subito l’onta di essere rifiutato in favore di un ragazzino; rilesse, tra le pagine di un passato impresso su carta da macero, lo sgomento del primo, faccia a faccia con la gratitudine del secondo. Di nuovo di fianco, non se la sentiva di rimetterli a confronto. Aveva smesso di chiedersi da molto tempo cosa fosse meglio per lei. Le domande c’ingannano, c’illudono di poter raggiungere una meta inesistente.
Raggiunse la propria folla, cacciando quanto era stato con un vago frullar di dita per aria. Giacomo non c’era, e il tiepido vortice di abbracci e congratulazioni non servì a consolarla che nell’immediato. Se è vero che ad ogni rinuncia corrisponde una contropartita considerevole, poteva bastare la sagoma di un ex assistente oramai docente, dal viso disteso e i capelli salati dal tempo che passa per tutti ugualmente, contro lo stipite dell’aula di fronte, nel giorno della propria laurea? Finalmente libera dal peso di un leggero astigmatismo, raccolse cosciente l’applauso dell’uomo che, rifiutato, ancora passeggiava parallelo alle sue conquiste. Un inchino, denso di gratitudine, la separò dalla massa, poi una lacrima, e di nuovo l’appannato abbozzo del giorno in cui, posati gli occhiali sul banco, dai contorni di un acquerello ora sì, davvero bagnato, erano sbucate due braccia risolutrici, che l’avevano issata in alto, più in alto, sino alla consapevolezza di sé.
Sorrise, laureata.
Sorrise, arrivata (per ora).
Sorrise, completa (più o meno).
Sorrise al professore, e alla faccia di Giacomo.
Sorrise, per sé.
... e succede che, come al solito, sto nell'incavo di una mano che non conosco. a guisa del cucciolo - un trovatello di appena un mese - che mi sono ritrovata tra le mani una settimana fa, stringo e mordo l'arto che mi nutre, mentre qulcuno di presente pur dovrà esserci, mi dico, ma non ottengo risposta. what if i am a marmaid... già, la pace del mare, la libertà di una terra che sia solo mia, l'avrò mai? c'è chi mi da, si da a me come fosse naturale, come se lo meritassi... ma io non lo merito, devo a me stessa solitudine, cogitazione, autoflagello.
ho paura di finire per prendere in giro le persone, così come Yuri ha preso in giro me... ho paura di diventare come lui, ma allo stesso tempo lo desidero, ardentemente, per non pensare, perchè l'irene non mi uccierà, nemmeno lui lo può, posso solo io, scelgo, ottengo, perdo, con la stessa naturalezza di un assassino o del tiratore scelto. non ho anima, l'ho venduta. per un bacio che forse non era neppure indirizzato a me. chiedimi se sono felice adesso, Yuri, fallo, cazzo, abbi il coraggio di affrontarmi non in lacrime, ma desiderata da altri, conscia del mio potere sulle persone, del mio valore, domandami ancora cosa sento, sarai servito. rimarrai soddisfatto, lo giuro.
ma basta, basta, il cucciolo mi aspetta a casa. le ansie si assottigliano in questa giornata che non vede nastri colorati, ma bandiere nere a lutto. nessuna figura curva all'inferriata, ma rispettoso mutismo: non mi appartiene nulla se non il mio nome, SILVANA, intraducibile nelle lingue straniere, unico, irripetibile custode di una vita, la mia, che non getterò al vento come fa la persona che mi ha frantumato l'anima per ballarci sopra. io sono chilometri e chilometri piu' in alto, io manifesto per il fosforo bianco utilizzato a falluja dagli americani, combatto per i diritti umani e animali, mi dono, così, semplicemente, finchè posso. gli altri, si fottano.



