
... il caso vuole che il tempo scorra, e l'abitudine di allora suoni romantica, adesso.
( in memoria della mia vecchia ape, ora prendo il bus. gino l'arrotino)
... e piano piano dovrebbe venire in mente un'immagine, dall'immagine si passa al verbo, infine il discorso. un post. un racconto. un romanzo. invece rimane sospesa la sensazione di mancata appartenenza a qualcosa o a qualcuno, a un concetto, alla morale, al terreno che àncora e detrascendentalizza. non si raccontano le lacrime. non si pretende di avere all'istante la risposta giusta, quando si ha tanto penato per la domanda adeguata. non si muore di dolore. non si perde tempo restando in silenzio. eccolo, il mio attimo muto.
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mi piace attendere, nella certezza di un riscatto. quando sto così ascolto musica pesate e guido da pazza, poi mi siedo a una scrivania, tra le lucine incerte di un computer, alla volta dello schermo, e capisco di non avere nulla per cui lottare, nessun motivo di vendetta. la pagina bianca mi perfora maldestramente, come un cadetto/matricola alle prese con la baionetta, e sono un colabrodo emotivo tra mille sorrisi banali, e positività asciutta. che tristezza, il mondo, la perdita di quanto non c'era mai spettato. che tristezza le illusioni, quale amaro sfregio alla nostra sete di felicità. a volte è come se ci si perdesse in sottigliezze, altre volte le stesse sottigliezze non sono che punte di ice berg cicciuti, e la falla sul fianco la senti, minchia se la senti. brucia prima durante e poi.
mi piace credere di sapere a cosa vado incontro. vedere in prospettiva la contingenza e manovrarne quel poco che spetta al nostro libero arbitrio, alla legittimità. poi come una sciocca perdo tra le dita le poche mosche acciuffate, e l'illusione - ahimè, sempre lei!! - sfuma via lontano, racconto di lacrime e sangue a un eolo perfido qualsiasi. che dolore, la querelle per avere. sarebbe così facile ESSERE e basta, senza pretese, senza guadagno, senza nulla togliere alla fantasia, ma con un pelo di concretezza in più. con la giusta cognizione di causa. coma siamo piccoli e tristi tra le pagine di un blog, quando non veniamo amati, banali nel momento in cui guadagnamo il tassello mancante, isterici al cospetto della perdita, che non si cura del sangue versato. killer spietato, il fato.
... di questo sole, di questa croce, te ne darò una voce, dall'aldilà. -cristo-
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
La donna di Don Cesare
La donna di Don Cesare poteva avere forse trenta, trentadue anni. Indossava reggipetti imbottiti e quando nessuno la vedeva li slacciava per dare sollievo al petto fustigato dai ferretti storti. Non amava i tacchi, ma per rispetto nei confronti del marito, ricco commerciante in nonsisabenecosa, nella scarpiera teneva sei paia di decolletè di cui tre in pelle, tre in raso e seta. Affacciata alla finestra, pareva la matrona romana di qualche colossal americano disponibile solo in cassetta. Aveva messo al mondo quattro figli, peccato avessero deciso di comune accordo il proprio ritorno al creatore. A causa dei numerosi parti in successione il ventre le si era irrimediabilmente gonfiato, costringendola a portare una fastidiosa pancera in lana; di riflesso, si ungeva meticolosamente il viso con creme e lozioni anti invecchiamento, una volta la sera, una la mattina, per conservare qualcosa di guardabile. E in verità bella lo era davvero, al di là della pancia, sebbene non fosse giovane. Due labbra come monti addossati, dal dolce declivio in caduta libera alla volta di denti coriacei traslucidi, condivano un volto scarno ma liscio, sposandosi perfettamente con occhi bruni da cerbiatta, e un nasino alla francese.
La donna di Don Cesare non aveva amiche. Riverita e invidiata dalle coetanee, temuta dalle altre, passeggiava sempre sola, tra le palme e i casolari bassi terrazzuti di Catania. Non amava i parrucchieri, ma era costretta a una sessione bimestrale presso il coiffeaur più in voga tra le femmine altolocate, tra i giornali scandalistici e le chiacchiere di città o di quartiere. Crocefissa alla vetrina, ingabbiata al casco per la messinpiega, sopportava docilmente i pettegolezzi riportati di bocca in bocca, trasmessi poi in mondovisione dalla cognata di Zio Alfredo, il barista all'angolo. Tra le dita conservava sempre il rosario di Lucia, la più longeva tra i nascituri: cinque anni, tre polmoniti, una leucemia fulminante; la sera, prima di andare a dormire, pregavano insieme il buon gesù perchè la guarisse e le concedesse un fratellino, ma su quel letto era rimasta inchiodata, consumandosi lentamente come un bastoncino di liquerizia tra le labbra di un bambino. Al funerale aveva partecipato tutto il quartiere, e tra le urla dei passanti sguscianti attraverso la finestra semiaperta, Cesare le aveva accomodato al collo un filo di perle perchè la sua bellezza risultasse più folgorante delle altre. Riuscì nel suo intento.
La donna di Don Cesare si scoprì di nuovo incinta. Alla notizia la mamma per poco non ebbe un collasso, mentre il padre scosse il volto inviperito. "Quel mafioso ti ucciderà, a forza di ingravidarti", fu il suo unico commento. Ma il sorriso di una madre è calamita irresistibile alla gioia altrui, e ben presto anche il genitore desistette, catturato dalla piacevole aspettativa. Donna Anna, così si chiamava la signora di Cesare, tornò come una furia dall'ospedale, le dita libere da una distorsione che è deformazione nervosa, il viso disteso, i capelli bruni grossi e lucenti sciolti a incorniciare lo spettacolo meraviglioso che eran le sue fattezze salubri, mediterranee, al cospetto di una bella notizia. Spalancò la porta d'ingresso e volò a generose falcate verso lo studio del compagno, insolitamente chiuso. Gemette al contatto con la fredda maniglia lavorata a mano di un uscio ottocentesco. Lui faceva pressione su una delle sue numerose amanti, lo vide sin dal primo spiraglio, ma non vi credette che all'ultimo momento. La donna, incastrata tra la scrivania e il divano, sospirava e si contraeva sotto il peso tutt'altro che dolce del futuro padre in balia delle maree ormonali.
Don Cesare se la cavò con una settimana di coma, e tre mesi di riabilitazione. L'altra perse l'uso di una gamba. Anna partorì la sua sesta bambina in carcere e la chiamò Sara.
Le concessero il divorzio, poi la grazia. Il resto d'Italia non se ne accorse, perso com'era dal rapimento di Aldo moro.
Ma fu la prima donna separata e graziata della sicilia anni 70.



