amori consumati freddi
... nel bene e nel male,
si finisce sempre
per fare colazione da soli,
col suo odore ancora tra le dita.
La mia anima appartiene a qualcuno. E questo qualcuno mi ha concesso la sua. Il problema quando ci si scambia parte del proprio essere è che per quanto uno finga di non vederla la contingenza c’è, e naturalmente noi ne veniamo condizionati in pensieri e azioni. Allora succede che vorresti costruirti a suon di martellate e malta un piccolo mondo, una fetta di paradiso personale nel quale rifugiarti con chi ti ha preso l’anima, in cui non esistano gerarchie leggi e doveri, ma inclinazioni umane, gesti, espressione, nulla più. Bene… quel mondo non esiste. Non starebbe mai in piedi, è una città psicologica, è un borgo emotivo, è l’illusione di onnipotenza che sfocia nel femmineo. E’ niente.
A questa persona, malgrado ciò, voglio dedicare una poesia, uno scorcio istantaneo di quello che sa darmi, che non mi negherà mai, se non sarò io prima a impedirgli di concedermi.
A questa persona regalo la nuda semplicità di un attimo eterno.
Due di due
Innanzi alla tua schiera
Di dita armate
Contro la mia pelle
Ignuda
Posso solo
Colare
Attraverso i palmi
Pacifici
Nascondendomi tra
Le pieghe
Che narrano vita e fortuna.
Saremo uno,
Siamo uno,
Eppure due,
Di due pagine
Lacrimose
Nell’eterno
Volume umano.
Reciproche,
Speciali,
Uccidiamo il tempo
E dello stillicidio
Nutriamo le nostre
Anime avide di eternità.

Cirano
Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto!
Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.
Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza,
avrete soldi e gloria ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finché dura,
ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura,
e andate chissà dove per non pagar le tasse,
col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All'amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Facciamola finita, venite tutti avanti,
nuovi protagonisti, politici rampanti;
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false,
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte;
coraggio liberisti, buttate giù le carte,
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto assurdo bel Paese.
Non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz'ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d'essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo ma sono triste,
perché Rossana è bella, siamo così diversi;
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi.
Venite gente vuota, facciamola finita:
voi preti che vendete a tutti un'altra vita;
se c'è come voi dite un Dio nell'infinito
guardatevi nel cuore, l'avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo;
dev'esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un'ombra e tu, Rossana, il sole;
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano.
la finestra dava su un appartamento che nemmeno se l'avesse scelto gli sarebbe potuto capitare di meglio. verso le undici e mezza la Signorina Dirimpettaia faceva il suo ingresso nella sala ovale, con tanto di amante al seguito. lui, il più delle volte, non era un bello in senso stretto. visto e considerato, però, che non se li teneva per più di due settimane a testa, il ragazzo non faceva neppure in tempo ad abituarsi alla figura dell'ultimo arrivato, che già questa cambiava fattezze. ne avrà contati a centinaia, e lei sapeva. pareva non provasse grande fastidio, nell'essere osservata. c'è chi si eccita persino, al cospetto di sguardi indesiderati. fatto sta che quella sera si presentò in ritardo. indossava un grazioso abitino color panna, che lasciava appena intravedere forme consapevoli; aveva costretto i capelli tinti di biondo in un crocchio ordinato, coaudiuvato da una retina in nylon. faceva molto maestrina, e questo non poteva che essere apprezzato, da un ex studente ribelle come lui. la sorpresa fu che non era accompagnata, stavolta. nessuno se ne dolse, per carità di dio.
meticolosa, si spogliò come al solito presso la finestra. le tende sbattevano contro l'imposta semiaperta, l'aria raccontava tempesta e disordine, ai piani alti. prima la gonna, poi i capelli, in una cascata vertiginosa ogni indumento prese il proprio casuale posto sul pavimento della stanza da letto tapezzata di broccato. l'immagine sapeva di tempi andati, bianchi e neri sbiaditi, sagome informi, foto di famiglia. lei svolazzava da una parte all'altra del piccolo locale, fingendo ora di cercare lo struccante, ora le forcine. in verità voleva farsi desiderare. fu così che, preso da un impeto improvviso, decise finalmente di aprire la palpebra dell'occhio che la osservava vivere e esprimersi, per comunicare con lei. i cardini cigolarono pesantemente, e immediatamente egli uscì dall'anonimato nei confronti della sua dirimpettaia. lei dapprima si lasciò scappare un risolino fiero, poi ricacciò indietro l'espressione naturale per assumere la solita maschera fatale. fu apprezzata, come da copione.
" senti..." vuoto. nulla da dire, cristo.
"... se vuoi puoi venire da me..." ecco, appunto, una buona maniera di salvare la situazione. la donna era piegata sul parapetto della finestra, pesantemente sporta alla volta della caduta libera. giocava anche con le leggi fisiche, lei. non aveva timore di nulla, se per timore s'intende insicurezza di fronte alle situazioni scomode. era piena di fiducia nelle sue potenzialità.
"... non so neppure come ti chiami..." brutta storia, l'ansia da prestazione.
"... elisabetta... fa differenza?" sorrise, scardinando ogni cattivo proposito nell'altro ancora incredulo. "allora, che fai, vieni? ti và?"
"... vieni tu. forse è meglio..." l'altra alzò le spalle e si buttò addosso una vestaglietta in seta. " come vuoi."
la seguì con lo sguardo lungo le scale, lei gli fece la linguaccia. era proprio una bambina, ma che delizioso esserino futile e sciocco... che desiderabile bambola... che donna sicura a ragione. attraversava la strada, ora. da una ,macchina qualcuno le fischiò dietro. non si compose per nulla. entrò attraverso il portone, non la vide più. passi, i suoi, inconfondibili. leggeri, ma determinati. bussò, nemmeno troppo a lungo. attese un attimo, lui, prima di aprirle. sapeva già che si trattava solo di una vittoria a metà... adesso era il momento della metà spiacevole.
l'uscio si scostò, come la meccanica impone. lui aveva appena preso aria, e attendeva immobile, ad occhi chiusi. la ragazza, perplessa, dapprima tacque, poi lo accarezzò in viso, violentata da chissà quanti pensieri sparsi. "... non è un problema, sai... non fare quella faccia. va bene lo stesso... sei molto carino, in viso. è per questo che ti volevo. che ti voglio. e poi non sono mai stata con un paralitico finora..."
riaprì gli occhi. si, si, era ancora lì. non era stato un sogno. che bello.
e adesso, si balla.
la sedia era sempre al solito posto. poteva accomodarvisi quando voleva, lo sapeva bene. l'abitudine ha un nonsocchè di velatamente piacevole, al di là della noia.
"allora, vogliamo cominciare?" domanda retorica, certo che voleva. "prego."
" quanti amanti ha avuto, signora D.?"
ah, iniziamo così, proprio di brutto. veniamo al dunque senza giri di parole, signorino. "non ricordo, di preciso.. sa, questa vecchia testa non mi asseconda granchè, negli ultimi tempi.."
si si, come no. sputa il rospo vecchiaccia.. tanto lo so che sono più di quanti tu non voglia dire.." faccia un piccolo sforzo, la prego.."
eh, tanto piccolo non è, lo sforzo. ma tu che sei un poppante che cosa vuoi saperne della fatica? stai tutta la giornata appeso a una maniglia dell'autobus, quando sei fortunato hai sotto al culo una sediaccia della peggior risma, plastica e ferro, imbottitura inesistente.. io invece mi facevo un mazzo così, alla tua età, nessun comfort, nemmeno dei più penosi, via di gambe su una bicicletta rotta, via di gambe in fabbrica, via di gambe e anche con gli uomini più disparati.. letti sporchi, nemmeno la vasca, in bagno.. "credo un centinaio.."
cento? gli ultimi..! questa nonnina ha propio il senso dell'umorismo.. "ne è sicura? perchè pensavo fossero più numerosi.." forse si era lasciato troppo andare.. non sapeva mai dosare le parole, lui, per questo non aveva fatto carriera. il silenzio è un dono che non viene distribuito omogeneamente, dal creatore.
piccolo stronzo impertinente..! ma cento non ti bastano? facciamo mille così stai meglio con te stesso? "guardi, magari qualcuno in più c'è, ma di certo non arriviamo a duecento.. ho iniziato quando avevo tredici anni.."
eccola che attacca.. non me ne frega niente della storiella!!! no, ha capito? no!! "si, dica.."
"lui era aviatore in africa. i miei genitori si erano spostati a causa della redistribuzione umana per il popolamento delle colonie, così mi ero dovuta abituare a una realtà tutt'altro che facile per una ragazzina di buona famiglia.."
.. e poi è finita che a fare la ragazzaccia di strada si divertiva di più, vero? ossignore, che palle.. guardatela questa come si atteggia, crede di avercela solo lei.. e per di più mi sta fracendo perdere tempo, perchè con meno di duecento non ci siamo dentro per nulla.. assolutamente.. "umh.. certo.. posso immaginare.."
posso immaginare? tua madre forse può immaginare. ma tu? guardati, non sei nemmeno l'ombra di uno che può immaginare.. certo che me li mandano tutti a me, i fancazzisti bacchettoni.. ".. insomma ho incontrato questo bel giovanotto che mi ha subito notata, al mercato. pensi che lui era venuto ad acquistare dei guanti.. ci può credere? in tempo di guerra qui sul continente i guanti te li sognavi.. ma lì, lì era diverso.."
maddai? pensa?! che storia affascinante.. il commercio dei guanti nel periodo fascista. il mio argomento di discussione preferito. "perchè erano considerati beni di lusso, immagino.."
"già.. allora lui mi vide, io provavo un cappello. all'inizio ero convinta guardasse mia sorella, che ai tempo era più bellina di me.. invece gli piacqui io. ma forse a lei non interessa questa storia.." e vedi di dirmi di si, che sennò prendi la via della porta..
"ma si figuri, certo che mi interessa.. anche se, a dire il vero, non ci siamo dentro, coi suoi duecento scarsi.."
ah cavolo. a questo non avevo pensato.. "dice davvero? che peccato.."
poveretta, ci è anche rimasta male.. non volevo essere crudele, cristo, è che non la smetteva più di parlare, senno l'avrei avvisata subito.. "mi dispiace signora, però può comunque ritenersi fortunata.. voglio dire, ha avuto una vita intensa, piena di amori.."
già. ho avuto. che tristezza diventare vecchi, troppi verbi al passato. "certo, certo. ho cinque figli, sa?"
cinque. beh, non dev'essere stata male, come madre, in fondo. guardala lì, sorridente, amorevole. attenta. si dai, un po' pesante, ecco tutto. "sono tutti qui?"
magari." no, tre sono morti di aids. due vivono in america."
oddio, quanto sono cretino. potevo starmene zitto. solito, dai, devo imparare a tacere." sono desolato.."
lo so, lo so. te lo leggo in faccia. in fondo tanto male non sei.. "grazie"
era rimasto in piedi, per cui raggiunse la porta senza neppure sforzarsi. sorrideva, amaro, tra sè e sè. che peccato, un altro buco nell'acqua.. e per di più non gli stava nemmeno così sulle scatole, questa..
"aspetti, aspetti.. sono 218. li contai tre anni fa, e di lì non ho più.. beh, diciamo.. non ho più consumato." oh, eccolo, il numero che tanto voleva. quasi quasi le sembrava di giocare a tombola..
218. nessuno finora aveva saputo sfondare la soglia dei 210. sentiva già la promozione in tasca, e vedeva il suo nome stampato a lettere cubitali sul libro dei guinness dei primati.. oro su fondo rosso.. la caccia aveva dato il suo primo frutto fresco. "allora ci siamo, signora D. lei è ufficialmente la donna che ha praticato sesso con più uomini, qui in francia.."
bene.. che bello. sono la prima in qualcosa. e poi, il mio nome su un libro.. in fondo mentire a fin di bene non è peccato.. chi glielo dice a questo che in verità sono ancora vergine?
con gli uomini non è difficile. fai tre tiri di sigaretta e gli racconti la tua storia. che sei nata in un paese dove gli spazzini sono in sciopero un giorno si e l'altro anche, che non è facile sentirsi a casa quando uno scherzo del destino ti ha voluta altrove, che tra le parole di una notte lunga mesi, anni, i tuoi hanno perduto tutto, che la voce dello stato spesso non è così morbida ed accogliente come speravi. che non dice sempre quanto desideri sentirle pronunciare. e nel vortice della luce bassa, tra le note incazzate di working class hero, sei protagonista della loro instabile attenzione. del loro desiderio a tempo. del mistero buffo dei loro venti, trenta, quarant'anni.
con gli uomini non è difficile. indossi una scollatura profonda e ti muovi a ritmo dello swing che porti dentro, novanta su cento gli piaci. perchè il bello degli uomini è che quando bramano non fanno caso alle imperfezioni, nessuno sguardo schifato a un bacino troppo pieno, alle braccia muscolose, alle coscie coperte. vedono solo quanto tu mostri loro. ti mangerebbero il rimmel dagli occhi, se non fosse tossico, e mentre ti soffermi sul loro torace già pregustano il sapore delle tue labbra, non soltanto quelle del viso. a molti piace il gusto agrodolce del piacere univoco. perchè più altruista di un uomo c'è solo il cocker del tuo vicino, quello che prima di leccarti mani e piedi ti lava il volto, lappando a fondo, e sa che sei felice, con quel poco che ti sta dando.
con gli uomini non è difficile. basta l'occasione giusta, se la giustizia puo' essere vista come un caso. ti avranno, lo sanno, lo sentono. al sesto senso maschile non ci si oppone mica, parola di donna. allora tu fai di tutto per farli sentire a parigi, a new york, e mandano a puttane una vita di principi e convinzioni, di radicalismi puri, per te che nemmeno sanno di che segno sei. come tagli la pizza, se ti piace il grana sulla pasta al pomodoro, che numero di scarpe porti, quanti altri, come loro, hai incantato così, con la genuinità di chi non ha pudore. in un vortice di panna e ciccolato, nella vertigine di un desiderio che tanto assomiglia alla fame golosa, t'imbrattano di complimenti, sui quali ricamano promesse da marinai saccenti.
con gli uomini non è difficile, prima. nè durante.. li sfiori con dita di gheisha, dipingi riccioli odorosi di peccato sulla schiena scoperta, pianti le unghie senza fare male tra i muscoli trapezoidali che tu non possiedi (il sesso è evidente simbolo di mancanza...), ti lasci spogliare, senza mai concedere troppo, preservandoti sino all'ultimo, sino a far perdere loro il senno. orlandi pavidi e postmoderni, non lo recupereranno mai del tutto. la luna è troppo distante per loro, piccoli prototipi di crociati casalinghi e pantofolai. infine il momento giunge, che di due fa uno... e lì, beh, nulla ho da dire più. ognuno a suo modo. a ciascuno secondo le sue capacità.
con gli uomini non è difficile, durante.
è difficile poi.



