AUTOPSICOGRAFIA
Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
Fernando Pessoa

MEZZOFONDO INSTABILE
Masticava tabacco e sognava un futuro da istruttore di nuoto. Venticinque anni prima i suoi gli avevano imposto l’università e, come ad ogni dovere, si era chinato accondiscendente. La parte spinosa della scelta però era toccata a lui: medicina o filosofia? Tra Ippocrate e Nietzsche, da buon figlio del 77, aveva optato per la busta B . Spesso si chiedeva cosa sarebbe successo se invece che iscriversi a Venezia avesse preso quel maledetto treno per Zurigo, mescolandosi tra la folla frettolosa.
Primavera dopo primavera, la sua Altra Vita aveva assunto sfumature differenti, gonfiandosi di penosi connotati adulti. Dapprima s’immaginava vincitore, agli europei di tuffo; tutte le nuotatrici gli si sarebbero compresse addosso, ma, come una busta bianca, soltanto una di loro l’avrebbe affrancato davvero. Si sarebbe sposato controvoglia, forse, messa incinta la sua compagna di bracciate, poi si sarebbe iscritto al coni regolarmente, e avrebbe intrapreso la carriera di mezzofondista, concedendosi un anno si e l’altro no per rimanere vicino al suo unico bambino. In seguito la vittoria fu scacciata da un ipotetico secondo posto, che nello sport è lampante anticamera dell’anonimato. Allora il naturale prolungamento del clamoroso flop sarebbe stato insegnare ad altri, perché guadagnino quanto da protagonisti non si è riusciti a raggiungere. Sarebbe stato felice di allenare un futuro campione, propenso com’era a lavorare coi giovani.
Invece aveva dato retta alla sua famiglia. Si era lasciato scivolare in una sorta di catalessi e, esame dopo esame, metteva piede in piscina così di rado da raddoppiare i tempi perdendo subito fiato. Il sodalizio con il nuoto è un colpo di fulmine: lui, invece, faceva parte dei rari casi etichettabili come “anfibi disillusi”. Per quello non era mai stato comune in nulla, neppure nella scelta della mano con cui scrivere. Ambidestro, l’avevano definito alla visita di leva. Ora, quanti ambidestri veri si incontrano in un’esistenza intera? Sono domande troppo grandi per noi, forse. Però pochi, cristo, pochi sul serio.
Dopo la laurea la sua ragazza di sempre (quella che nell’Altra Vita avrebbe scaricato per la nuotatrice) si chinò di fronte a lui, durante una cena piuttosto noiosa, e scoperchiò un cofanetto rosso con dentro due fedi, balbettando che voleva amarlo per sempre. L’immagine di lei imbarazzata e tremolante, la voce rotta dal timore di un rifiuto, l’aveva a tal punto intenerito da spingerlo a lasciarsi amare per quanto desiderava la querelante, e anche oltre. Durò cinque anni secchi, e fruttò due figli con l’interesse di un terzo in separazione. Li vedeva una volta a settimana, ma li sentiva sotto pelle come non aveva mai avvertito nulla da quando era venuto alla luce. L’indole di padre non si acquisisce, ci è data. Innata.
Divenuto docente, aveva fatto un gran falò di tutte le svogliate ricerche accumulate in un lustro di assistentato e si era dedicato alla sola università, preparando meticolosamente ogni corso con la cura di un collezionista antiquario. In ufficio conservava ancora gelosamente la prima scaletta stesa al fine di agevolare il suo esordio in cattedra; ne aveva fatto un quadretto e l’aveva appeso, a mò di aureola, dietro la propria testa, quasi un nostalgico cimelio di guerra. Amava il suo lavoro a tal punto che da un po’ di tempo a questa parte aveva smesso di immaginare la sua Altra Vita con il trasporto di una volta. Era stato agli albori di questa sua redenzione che aveva incontrato Erica.
Lei praticava assistentato da soli due anni. Li separava una mezza generazione, ma in fondo non aveva mai dimostrato la sua reale età, lui. Si erano scontrati con gran fragore sulle scale della facoltà, e lei gli aveva rovesciato addosso un caffè intero. Più la macchia sul maglione di lui si espandeva, più Erica si affaccendava a scartavetrarla, più lui se ne incantava. Dalla settimana dopo avevano iniziato a benedire quella patacca scura.
Non avevano mai smesso.
Quella mattina stava fischiettando per la strada, segno di un certo anomalo benessere. Svoltando a destra, si accertò di non pestare un escremento deliberatamente lasciato a sè sul bordo del marciapiede. Le facciate delle case raccontavano di storie arrese, terribili, al pubblico sordomuto. Ogni ricciolo, ogni portone, qualsivoglia buca nell’asfalto sapeva di sole, e la stagione incombeva beata sull’intero reame. Un’auto, presa male una curva, gli carambolò contro, mandandolo gambe all’aria. Nello scontro, il secondo decisivo in un’esistenza che non aveva mai accettato del tutto, picchiò la testa contro uno spigolo e perdette la memoria. Nessuno si stupì quando, risvegliatosi dal coma farmacologico in cui si era lasciato immergere senza opporre resistenza, biascicò di avere un’importante gara il giorno dopo, e di desiderare con urgenza un colloquio con il suo personal trainer. A metà esatta della sua vita, gli venne offerta una seconda chance. Scelse, finalmente cacciando le remore, di proseguire quanto lasciato in sospeso venticinque anni prima, separandosi per sempre dai propri, accidentali incidenti di percorso.
Divenne un pazzo recluso in una sala del manicomio di Torino, per gli altri, uno sfortunato handicappato che si sbracciava nel letto odoroso di bucato come se stesse nuotando. Ma per lui, nel suo favoloso mondo, aveva finalmente partecipato a quella gara, e da vincitore si era allontanato, sorridendo, medagliato, da una Zurigo sonnacchiosa, al calar della sera.
PIETA' (san sebastiano al quadrato)
strali informi
sulla pelle tesa
da troppo sull'attenti
nonpiù immacolata
siamo angeli immuni
alla clonazione emotiva
al germe umano
al padreterno arreso
agli spiriti stanchi
alle malattie della pelle
all'assassinio del bello
a questi dardi
ma non al dolore
di chi ci ha messi al mondo.
Avevo sempre creduto di essere una donna tutta d’un pezzo. Invece mi ritrovavo completamente sventrata, tra le pieghe di coperte che non sono le mie. L’odore di ammorbidente mi attanagliava le viscere in una morsa che neppure il padreterno avrebbe saputo slegare. Non avrei avuto fame per settimane, di quel passo. La fragranza di pulito tutto mena in corpo, fuorché l’appetito. Insomma eravamo io e questo sconosciuto in un bar. Una camerierina rossa di capelli, affaccendata e risoluta, si prodigava nel raccogliere bicchieri bordosala. Avevo di fronte il quarto drink, un cosmopolitan. Mi sono sempre chiesta che cosa mettano dentro alle bevande alcoliche per provocare una subitanea dipendenza, con conseguente ribellione della lingua nei confronti della facoltà razionale. Nessuno mi ha mai dato una risposta valida. Sapevo che l’avventore avrebbe presto cacciato me e lo sconosciuto dai sedili imbottiti in pelle sui quali ancora tergiversavamo, fingendoci estranei. In verità avevamo condiviso la contingenza per ore, e la sua risata argentina era oramai impressa nelle mie meningi, come del resto quella strana maniera tutta personale di tirare indietro i capelli troppo lunghi e abbandonati. Che strano concetto, la consapevolezza dell’altro. Cel’hai solamente quando ti accorgi effettivamente di lui. O meglio, quando decidi di accorgertene. Fatto sta che per un pezzo ancora attendemmo rasseganti l’ultimo, inevitabile monito all’abbandono del locale. Quando bevi le facce di chi è sbronzo ti sembrano tutte uguali alla tua: stesse occhiaie, stesso rossore rubigno lungo il naso ritto, stesse labbra livide. D’un tratto lo sconosciuto si levò in tutto il suo presunto metro e novanta, per rivolgermi finalmente la parola.
“Scusa… hai da accendere?”
Di lì al letto il passo è breve. Scopammo per ore in silenzio, scambiandoci sguardi di sfida che solo il dolore di un coito rabbioso poteva dileguare. Stringevo la testa di un uomo senza nome e mi sentivo cretina come non mai. Cosa non passa nella mente di una donna ubriaca e nubile, a 35 anni! Chissà che avrebbe pensato Zoe, la mia migliore amica, di questo mio atto ribelle, chissà quali parole mi avrebbe scaraventato contro in tutta la loro imponenza, chissà. Chissà chi cazzo era questo, magari un pazzo assassino. Ricordo che ci risi, mentre il suo orgasmo mi affondava tra le cosce come sottopelle, suscitandone uno anche in me. Ci accasciammo inermi alla testiera del letto per una sigaretta, prima di una mia probabile fuga imbarazzata. Non ero mai stata brava negli addii. Hanno un che di tragico che mi appartiene poco. Fu lui a rompere il silenzio, tra una boccata e l’altra.
“Come ti chiami?”
“April.”
“Il mio mese preferito.”
Tacemmo nuovamente, nell’apparente disagio comune. “April vuoi dormire qui?” E in effetti era un po’ tardi per mettersi al volante, per cui accettai di buon grado. Per una volta uno gentile, mi dissi. Fu così che dopo un’altra rulette russa di contorsioni con relativo piacere annesso mi accoccolai di fianco alla sua persona sfatta, ruffianando l’onirico perché mi sollevasse da quella sbronza estenuante. Aveva un che di affascinante, quell’uomo. Come risvegliato dai miei muti pensieri si voltò, sorridendo. “SE mi sento osservato non m’addormento…”
“Ah, perdonami.” Ben pretenzioso, il signorino. Colpa mia se non l’avevo guardato bene, prima? La frangia gli nascondeva dei profondi occhi verdastri, ora finalmente in vista. Mi assopii nella vaga speranza che al mattino avremmo fatto di nuovo del sesso, così, per gradire. Le sorprese sono sempre benaccette, in casa di April Howard.
E ora eccoci qua. Mi ha colta alla sprovvista, questo è poco ma sicuro. Sto a pezzettini, riversa in un lago di sangue. Nemmeno un grande spettacolo, cristo dio. Non sento più le gambe, ma visto che non le ho è anche normale. Attorno alla testa si è degnato di attorcigliarmi una busta di plastica, tanto per occultare il disastro di coltellate inferte alla mia graziosa mascella per nulla marcata. Mi avesse per lo meno lasciato il tempo di raccontare tutto a Zoe… ma no, lui mi ha fatto la festa in anticipo. Chissà come la prenderà, povera piccola! Lei è di un emotivo allucinante. Quasi quasi mi scappa il piantino… ma meglio non disperare. Però che rabbia,tre mesi di astinenza e questo è il risultato. Nella prossima vita me lo devo ricordare, di non dare retta agli sconosciuti. E se mi venisse mai voglia, beh, esiste sempre la masturbazione.
signore e signori ecco a voi la fame. no no, non è la solita pubblicità progresso, questa, col bambino africano che a stento riesce a reggersi in piedi, non vedete? fateci caso, osservate con cura... niente? come, mi chiedete dove dovete guardare? ecco, la signora in fondo ha lasciato gli occhiali a casa. bella scusa, i miei complimenti. c'è sempre una parte da recitare. eppure l'umanità non è un ruolo, ci appartiene. hey, lei, proprio lei degli occhiali, si, si, dico a lei, forse non lo sa ma quello lì nell'immagine di fianco è suo figlio. come suo figlio ha quarant'anni? non è stato forse bambino anche lui? si, eh? e non avrà quarant'anni anche il piccolo qui di fianco? no, signora, non mi scappi, la prego, non è per beneficenza, non le chiedo soldi, spero solo di aprirle gli occhi, ma lei counque finge di non vedere... vabbè. eccola che se ne va. pazienza. e tutti voi che dite? ve ne andate anche voi, si? no, qualcuno resta. il ragazzo in seconda fila beve dell'acqua... non smetta, stia tranquillo, nessuno le farà la predica perchè beve durante una conferenza. solo, ci faccia caso, quando si rifocilla, che noi europei consumiamo dieci volte la quantità idrica che potrebbe sopperire al fabbisogno quotidiano dell'intera africa. e la maggior parte se ne va in scarichi di cesso. che merda, scusate l'analogia. ma non scusatemi il termine. perchè rispetto a chi soffre di fame e sete noi si che siamo dei begli stronzi.



