lunedì, 26 giugno 2006

oggi le labbra si incollano ma non è il caldo. la finestra non promette niente di buono, fuori, per cui si fatica con calma. da qualche parte ci si divertirà pure, ma non qui. c'è sempre una certa fretta di smettere quando si vive bene: l'uomo adora la malinconia, ci gode. in fondo siamo tutti un po' sadici.
i minuti uccidono i secondi, li annullano: nessuno considera le piccole cose se non fanno parte di quel solito inutile stato emotivo che si chiama innamoramento. in compagnia di esso invece le cazzate hanno il ruolo di primedonne. se non si sa stare senza amore conviene ricoverarsi. ci sto pensando seriamente anche per me stessa.
il problema è che non c'è niente da dire. ma siamo sicuri che sia davvero grave? alla buonora qualcosa d'intelligente verrà. le situazioni scomode non si fanno affrontare: sfumano nel disagio del non detto e battono come un mal di testa proprio al veritce dell'irrimediabile. vaffanculo di cuore, i contesti che fanno i preziosi, come la gente che si comporta 'a modo', non li ho mai sopportati.
c'è chi si merita davvero un applauso. sono quelli che adesso lavorano senza pensare. di certo non si curano di sè, perchè se si amassero davvero mollerebbero la scrivania e si fionderebbero dal fioraio all'angolo, quello con l'insegna al neon. "un mazzo di rose con un bigliettino, grazie".
poi sul talloncino stropicciato e sudaticcio (perchè hanno caldo anche gli oggetti inutili) scrivere con grafia decisa 'perdonami, vorrai?'.
poi affidarsi capo chino alla clemenza di qualcuno che non è cristo, ergo: non saprà perdonare.
poi adagiarsi nell'incavo di un avambraccio molle come quando si era troppo piccoli per non dormire soltanto; cogliere quell'ultimo battito, un sospiro appena, un gesto insignificante che sta alla vita come noi stiamo alla paura, prima di essere cacciati per sempre. prima di venir dimenticati.
quant'èttriste dipendere dagli altri poveri stronzi come noi.

posted by: silocchidigatto at 14:19 | link | commenti (11)
categories:
martedì, 20 giugno 2006

Se non sapete come considerarmi, perlomeno consideratemi

C’è l’ubriachezza infame di chi è semplicemente stanco. Rimane a mezz’aria, appesantita dall’aderenza sudata a un silenzio con le palle. Stanno in sospeso anche i ricordi, per quel che mostrano di sé. Bestie schive e bastarde, senzacasa. Non si possono collezionare perché non ci sono, e se ci si illude del contrario finisce che ci si muore contro, incespicando. Fanno l’amore con le notti, i giorni. Si beffano del mondo che ne sopporta gli orgasmi ripetuti, a manovella. Il problema è che chi governa ha deciso di separare tutto in categorie, e chi comanda ha bisogno di sudditanza. La dipendenza è da provare, una volta nella vita. I più magari ci si abituano anche.

Un attimo di pace significa rivoluzione. Il senso del disagio sta negli occhi di chi non può dormire, o meglio ancora, al di sotto di essi. L’ora di risposo dell’uomo senza sonno è uno struffolo al miele. Consolazione a un essere umano casuale, natostorto. Unicoirripetibileinimitabile e tutte quelle cose lì che ci fa piacere credere, quando abbiamo paura della fine. Che tutti lo sanno quanto logico sia, poi, l’incedere indolente di un altro inizio, ma è meglio non contarci troppo sopra. La quotidiana vittoria sull’universo, per noialtri dalle-otto-ore-a-letto, invece, è il risveglio. Solito, olezzo di caffè senza zucchero. Il bricco rovesciato. La moka che strilla. Un amore consumato a chiazze, sfocato dalla cataratta mattutina. Un viso qualsiasi, va bene anche se non ha un nome. Lo giuri, è per sempre, ma finisce che ti sbagli. Mai fidarsi di sé.

C’è da prendere le dovute precauzioni, quando si copula allo specchio. O finisce che si rimane incinti di autoerotismo e volgarità. La rete della calza tira, fa un caldo micidiale. I rombi si appiccicano alla pelle e anche se ti spogliano non sei nuda. Questo perché ti hanno cucito addosso il nome di puttana. Bello il tacco quando s’infila tra le palle di uno dei tanti. Non l’avete mai visto. È da provare. La libidine del femminismo spregiudicato. Alla mercè di tutti ci siamo tutti, c’è poco da fare. Squadra vincente non si cambia. Parole acide da yoghurteria abbandonata. Vorrei fare ancora la cameriera e so che lo vuoi anche tu, un tu a caso, ma si sa che di questi tempi senza il pezzo di carta…

…mi farò una bella autocertificazione di laurea sullo scottex, domattina.

Della serie: se non sapete come considerarmi, perlomeno consideratemi.

(C’è da ridere anche a ottant’anni.

C’è da piangere appena si nasce.

C’è da scopare fino al vomito.

C’è da vomitare, quando si mangia.

C’è chi non mangia.

Ridete, per favore, almeno voi che mangiate.)

posted by: silocchidigatto at 23:32 | link | commenti (15)
categories:
venerdì, 16 giugno 2006

Mélancolie

La sala ricordava un bordello, tanto era tapezzata di locandine e tende colorate. Mancava solo il letto, poi quei due avrebbero potuto consumare, sotto gli occhi vacui della band assonnata. Lei aveva studiato danza per dieci anni, poi sua madre l'aveva costretta a fare il corriere. Aveva il passo svelto e felpato di una gitana, le dita affusolate di casalinga, le labbra d'un rosso sereno e consapevole. A volte pareva persino bella. L'abito di strass le scivolava addosso come una vestaglia che concede e non concede; era un tripudio di bagliori riflessi dolorosi all'occhio. Sua figlia esitava nell'ombra, sospesa tra uno sternuto e l'altro. Sospirava, di tanto in tanto, assumendo la posa eretta della madre in fuga col suo cavaliere. Un boogie lento si strofinava contro le pareti, poi solleticava i polmoni irritati della piccola, facendola sobbalzare sulla sedia malconcia. La donna preoccupata inarcava la schiena a mezzo per lanciare un'occhiata al suo pulcino; suo malgrado, ne distingueva appena la sagoma, figurarsi l'espressione.
Il ballerino poteva avere forse venticinque anni. Odorava sensibilmente del cuoio di un paio di scarpe in saldo e parlava con accento sardo, quando non taceva risentito. Maneggiava la donna come se fosse un vaso di cristallo e nel sorreggerla al momento del caschè tendeva il mignolo all'indietro, a mò di galateo. Faticava a concedere dichiarazioni, disturbato dalle occhiate cliniche del batterista della band bordosala. Un mese prima gli aveva portato via la compagna, a pochi giorni dal matrimonio. Era un elisir di lunga vita, quella femmina, mica poteva farsela scappare. Faceva l'amore in apnea, non ne era mai sazia. Era un mondo adulto, il loro, un mondo fatto di carne e passione. Inizialmente le aveva prese. Tutti e cinque i musicanti l'avevano aspettato fuori dal locale, dopo l'ultimo giro di tango, e gli avevano rovesciato addosso la rabbia selvaggia che madonna Vendetta emana copiosa a guisa di umore sessuale. Nessuno si era permesso di difenderlo, era una realtà individualista, la loro, ognuno pensava per sè.
La camerierina tabagista a margine della sala mi lasciò finamente il posto. "Stasera si lavora poco e male" fece con voce rauca, sorseggiando un Martini dry. La prospettiva non mi dispiaceva, feci semplicemente di si con il capo.
"Lo vedi Il Pazzo?" proseguì lei, avvinta da una piroetta dei due tangueri in scivolata sul pavimento umido di vino.
Annuii, morsicando una caramella alla menta. "Beh, mi sta appresso da due settimane. Dice che sono la donna per lui. Io non so proprio da dove gli vengano certe idee a quello" e spense la sigaretta a metà, in un posacenere zeppo di cicche olezzanti. Puntuale, il batterista le lanciò un'occhiata secca.
Sollevai le spalle, mentre Il Pazzo tronava a picchiare sui piatti con la frusta sfibrata peggio delle mie doppie punte, e un sax  piagnucolava tra l'ossigeno e l'azoto. La piccola Dorotea (l'anagrafe indispettisce i genitori come poche altre cose al mondo, a mio avviso) ingollò l'ultimo goccio di coca cola, posando premurosa il bicchiere per terra. Mi avvicinai a lei e feci per carezzarla, ma mancai la presa e la mano mi scivolò lungo il fianco. Guadagnai però la sua attenzione piccina. "Ciao Sendy" mormorò, starnutendo.
"Ciao piccola. Allora, come andiamo stasera?" chiesi, masticando.
"Si lavora poco e male" fece eco la bambina alla mia collega. Scostò la pezzetta per lustrare le scarpe distante da sè, invitandomi a sederle accanto. Mi mostrò trecento lire. "Ecco tutto. E avrò lucidato dieci paia di scarpe, non di più. E' un mondo difficile, Sendy..." poi tossì di una tosse grassa da vecchio alpeggiatore.
Sua madre mi fece un cenno colla mano, mentre Il Pazzo fissava in cagnesco il ballerino, che a sua volta chinava lo sguardo sfatto di sudore. Aveva lo stesso sorriso di sua figlia, lei, ma spalle più ampie e occhi da orientale. "Non è che ti fa male stare tutto quel tempo fuori al freddo mentre aspetti i clienti?" domandai io, disturbata dalla caramella che quasi quasi mi andava di traverso e rispondendo contemporaneamente al saluto della saettante danzatrice in pista.
"No, non credo. Mamma dice sempre che sono debole di polmoni come lei lo è di cuore." sentenziò la ragazzina, sputacchiando nel bicchiere. "Ops, scusa!" fece poi, accorgendosi di essere al cospetto di una cameriera.
"Non preoccuparti, stasera i bicchieri li lava Maria" mi giustificai io, mentendo.
La musica sgusciava impoverita tra le pieghe del fumo stantio, penetrando appena i timpani esausti dei presenti. Maria ci raggiunse proprio mentre qualcuno entrava nel locale, di soppiatto e con garbo. Andai ad accoglierli io, i nuovi clienti, e tutt'attorno le note appassite del boogie moribondo si spensero piano, in punta dei piedi. Ci sono cose che iniziano timide, ed altre che finiscono imbarazzate. Il principio, in fondo, è il medesimo, un po' come il nero è l'opposto del bianco. Nulla di più naturale.
I due ballerini si separarono di colpo, due poli opposti in repulsione fisica. Alla donna non piaceva far soffrire la gente. La bambina si avvicinò loro, tirando su col naso. "Ciao mamma... Teo..." e fece un cenno col capo al giovane che imbarazzato disegnava cerchi a terra con la punta delle scarpe odorose di cuoio.
"Ciao tesoro. Và, corri a salutare papà, che poi andiamo a casa." e proferì appena una riverenza al Pazzo che le sorrise amaro peggio di un caffè rovesciato nell'acido.
La ragazzina eseguì, raggiungendo il padre a balzi. Al giovane scappò un moto di sdegno che il batterista per fortuna sua non colse. "Non capisco perchè gliela fai vedere, sua figlia, a quel Pazzo... dopo tutto quello che vi ha fatto..." fece, denti stretti, alla compagna di danze.
La donna sorrise. "Perchè è suo padre." e rimase lì a fissare la sua famiglia in frantumi che si abbracciava nel buio.
Era tutto chiaro sin dall'inizio. Prima o poi sarebbe tronata a vivere con Il Pazzo. Aveva una predilazione per i musicisti.Mi venne incontro sorridendo, e piantò Teo in mezzo alla pista, da solo. Masticando la mia caramella, le perdonai al sua frivola incostanza amorosa, cogliendole negli occhi un moto di profonda malinconia per la sua casa.

posted by: silocchidigatto at 14:42 | link | commenti (9)
categories:
martedì, 13 giugno 2006

VOGLIA DI CAFFE' 

Questa volta mi sveglio e il vero dolore è quello che stacca di netto. Certe mattine ti senti quasi un’assenza di fianco, nemmeno dormisse con te, nemmeno ti respirasse addosso. Chissà com’è che la vita sceglie di bruciare dentro. Chissà cosa pensa lei quando comincia a stare stretta, a soffocare, e ci tratta come bambole nelle mani di una bimba maldestra. Siamo sempre, per sempre, i giocattoli del fato. Cosa ne tragga a puntellarci, nello specifico, resta un mistero carico di magnetismo.

Scordare è come morire, fa freddo davvero, quando succede, e malgrado noi, capita ogni giorno. Allora il buio vero non si palpa, ma s’ascolta, si vive. Siamo tutti portatori sani di quel dolore cosmico che è la mancata appartenenza. Inarchiamo la schiena per ricevere il meritato martirio, un sesso consumato freddo che non ha gusto. Come tanti cerberi, ci nutriamo senza saziarci mai. Abbiamo mille mani e mille dita per chi vuol essere soddisfatto. Davvero, meritiamo un profondo silenzio imbarazzato.

Certe volte capita che i ricordi siano lacrime umide sul pavimento della vita. Allora ci sentiamo vittime e la terra comincia a ruotare in senso opposto. Lungo la strada abbiamo faticato abbastanza per permetterci di rovesciare la fisica a nostro vantaggio. In verità è solo una diversa dimensione mentale, uno status quo di disperazione e miseria, di negazione dell’io. Infrangiamo bottiglie gettandole in raccolte più o meno differenziate e stappiamo la vita nel mistico stato di trance che non concede ripensamenti. Qualcuno passa per strada e ci porta via per sempre. Qualcuno passa per strada e neppure si accorge di noi. Il caffè sale lungo le pareti anonime della moka, inizia a borbottare dolorante.

Lo zucchero si rovescia sul piano cottura, Pavese ci sussurra all’orecchio il suo testamento spirituale:

“Perdono tutti, e a tutti chiedo perdono.

Va bene?

Non fate troppi pettegolezzi.”

E tanto basta, per ridurci al silenzio.

posted by: silocchidigatto at 13:14 | link | commenti (12)
categories:
lunedì, 05 giugno 2006

 l'apres midi d'un voyeaur

 

La vidi di pomeriggio, si andava verso il tramonto. L’aria iniziava frizzare sulla pelle come l’acqua gassata sul palato, e la luce s’inabissava nei profondi gorghi del centro della terra, oltre l’orizzonte che costringe lo sguardo. Ero in città, e la città uccide le sensazioni autentiche, oltre alla prospettiva. Signore datate come volumi polverosi con la tacca della biblioteca sul bordo dello spessore sbattevano tovaglie alla finestra, disperdendo gli avanzi della cena.

Un ubriaco cantava amore alle persiane, mentre i fiordalisi si arricciavano prepotenti al balcone dell’amata assente. Un paio di coppie passeggiavano in riva al porto, ma erano lontani, e le parole rimanevano imprigionate controvento. I bambini giocavano a rimpiattino colle onde, gli spruzzi li eccitavano, la risacca li sedava. Crocchi di anziani puntavano dieci lire sulla carta più alta, presso un portone. Reggevano il mazzo sulle gambe, e si facevano piccoli sulle sedie impagliate male quando il banco gli fregava i soldi.

Nessuno leggeva il giornale, era un mondo primitivo. Poco oltre, il cuore pulsante di Genova soffocava qualche ritardatario ancora in coda al semaforo, spreronandolo con sbuffi di smog e polveri sottili. I palazzi incombevano, selvagge falangi di un mostro dalle mille mani, sui sobborghi remissivi. Invaghiti l’uno dell’altro, due tronchi s’intrecciavano a margine della strada, appena affioranti da un’aiuola di fortuna. Condividendo la base, non potevano evitare di respirarsi addosso, soffocando reciprocamente le fronde copiose dell’altro, e costringendolo ad elemosinare luce, a soccombere. Tutto questo, per amore.

Eran situazioni di contrabbando, e io facevo il fotografo apposta per non perdermene nessuna. Rubavo attimi a sconosciuti per rivenderli a prezzi di mercato. La notte prima avevo condiviso la stanza con una ballerina. L’albergatore ci aveva detto di avere solo un posto libero, sia io che lei non potevamo rinunziarvi. Alla fine avevamo vinto entrambi, risparmiando sulla parcella. Tirava troppo vento e nessuno dei due voleva rischiare un malanno serio. Da perfetti attori, avevamo condiviso il letto senza scambiarci la parola; quella donna l’avevo amata più delle altre, perché nel riposare fingeva di non sentire i ripetuti scatti della mia reflex, seppur ne fosse consapevole protagonista. È un mondo difficile e si sbaglia da professionisti.

Il mio errore fu di lasciarla così, senza neppure un saluto.

Forse è stato meglio, col senno di poi.

Sicchè quella sera passeggiavo pure io, tra i vicoli. Straniero in una terra di mare, terra di perché, lasciavo alle onde e ai numerosi attanti alla scena un sorriso benevolo, velato di superiore autoinganno. A dire la verità mi sarei anche potuto sentire a casa, se solo avessi accettato lo sforzo di scordare il passato. Ma si sa che l’uomo è un essere pigro, e tra le righe conserva una qual vile recalcitranza alla novità.

Scorrendo lungo il ciottolato sconnesso, ripercorrevo l’ultima notte di mia madre. L’accompagnammo dal medico che erano da poco passate le tre. Portava in grembo un bambino, mio fratello Giovanni. Napoli occhieggiava lontana e assopita oltre i chilometri di nulla che ci separavano dal suo centro dal respiro pesante, e le palpebre serrate. La macchina, una otto e cinquanta nuova fiammante, dondolava sul terreno impari a mo’ di culla, sì che mi assopii persino. Sognai una gola profonda, e in essa una donna coglieva rose selvatiche mutando tutto ciò che toccava in pietre preziose. La chiamai ma non si voltò, anche se potevo scorgerne tre quarti del viso con precisione crescente mano mano che mi facevo più prossimo a lei. Aveva un nome affascinante, esotico, erotico, eppure nemmeno sapevo cosa fosse il sesso, all’epoca. Il desiderio assunse perciò le ricche isteriche sfumature di una curiosità vorace, che mi spinse a voltarla di peso.

Rasentava la perfezione, una madonna coperta di erbe aggettanti e veli pastello, incorniciata di riccioli neri corvini.

Mi annientò con uno sguardo trasversale candido e muto. Cadenzate, gocciole sottili stillate da un pertugio ritagliato all’altezza della sua spalla nuda si menavano al suolo nella pozza stagnante da cui lei sorgeva spontanea. Non avevo occhi che per quegli occhi, per le mani materne, per le labbra infuocate, per la fronte importante.

Mi svegliarono che non le avevo neppure rivolto la parola. Avevo dieci anni. Quella notte persi mia madre, spirata durante il travaglio. Giovanni fu estratto dal suo copro freddo col forcipe, e pianse all’istante. Mio padre taceva un dolore che affondava radici ovunque attecchissero. Verso le sei del mattino mi diedero un gelato di cocco e Francesca, una zia, mi potò a passeggio nel giardino dell’ospedale, piangendo in silenzio, le mani intrecciate alle mie che non potevo capire.

Tornando a casa, il ciottolato d’ingresso all’enorme villa in cui stavo, ora un po’ più vuota, lamentava a tratti le profonde ferite inferte dai tacchi di Assunta, madre di mia madre, e da quelli di Francesca, attraverso flebili gemiti.

Inflissi la medesima pena ai sampietrini sui quali mi appressavo, a Genova, quella notte. Avevo come un’urgenza di riscattarmi da quell’immagine, imprigionata chissà dove per anni, poi ricapitatami, casualmente, tra le dita, sovresposta, distante, infetta. Le massaie alle finestre, le signore accasciate su seggiole e sgabelli appena fuori dai portoni, le giovani in età da marito spalmate contro muri sudaticci, ogni scheggia di femminilità delicata e sfumata, adulta, incosciente o incartapecorita riportava mia madre alla vita, giorno dopo giorno, su pellicole pezzate. Quello che davvero non avevo mai saputo trovare, sebbene mi fossi illuso tante volte del contrario, era la ragazza del sogno, il mio ginepraio di tratti corretti, eterni, marchiati a fuoco nell’anima di bambino. L’amore delicato, immaginifico di un orfano sbatacchiato ora qua e ora là dai dissesti stradali, in una macchina azzurra. In una notte tiepida. In una città abnorme, indifferente.

Alla radio passavano Edith Piaf. Mentre la sua vita si colorava di rosa tra acuti cristallini e pause necessarie, metriche, una giovane donna curava dei gerani ai bordi di un orto. La musica sgusciava fuori da una finestra ribelle, e la signorina non potè trattenersi dal danzare, seppur solo accennando i movimenti di bacino. La scorsi di tre quarti, la conoscevo da sempre. La fotografai, d’istinto, liberando l’obbiettivo dall’otturatore usurato. Neppure se ne accorse. Eppure non bastava.

Era lei, era il mio sogno, era un destino cucinato a fuoco lento, era la mia patria, il mio perché, era uno scivolare continuo di ricci corvini inframezzato da languidi sguardi speziati alle sue rose, alle mie rose. Alla mia infanzia. Decisi di avvicinarmi appena, credendomi piccolo e insignificante, coperto dal manto protettivo di un onirico accaldato e fremente, tardivo. L’aria salubre mi serrava le labbra, seccandomi la gola.

Lei si volse di scatto.

“Mi ha spaventata” fece, dall’alto della sua armonia matematica.

L’avevo amata da quando sono nato, l’amavo ora più di sempre. Era un’immagine che mi rigogliava in petto, stampata a sangue nella carne. Quelle mani, le stesse mani di una notte dimenticata si arrestarono all’istante, e passarono tra il petto e l’avambraccio, laddove si nasconde, timida, atrofica, pavida, l’essenza dirompente di ogni donna. Mi fissava sbigottita.

“Cos’ha, signore?” Atomico, nel mio paltò elegante, volevo scivolarle addosso, nell’orecchio celato dai capelli odorosi, e narrarle la nostra storia dall’inizio. Ma mi riusciva solo di rimanere immobile, comico, ritto e muto, sì che lei si mise a ridere.

“Ha visto un fantasma?” fece la ragazza, il mio rompicapo infinito.

“Forse. Lei è bellissima.” Risposi, grave.

Qualcuno la chiamò. Céline, due, tre volte di fila. Quella voce aveva fretta di portarmela via. Lei chinò il capo, sussurrando un grazie che sapeva di perdono, poi sgusciò in casa, tra le rose, raccogliendo le vesti leggere tra le dita, mentre ancora le tendevo la mano, silente.

posted by: silocchidigatto at 13:04 | link | commenti (11)
categories:

About me

Utente: silocchidigatto
Nome: sil

Recent comments

Anake in RACCONTO A RATERATA ...

Archives

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

Categories

Members

Recent photos

Vedi altri media

Buttons

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • Powered by Splinder

Counter

visited *loading* times

Credits

  Distributed by:
Template copyright :
V4NY ONLY TEMPLATES

Images hosted by » IMGSpot.com