FATE VOI
la sera ammazza i sogni. la fretta ammazza i sogni. la ragione ammazza i sogni. mi chedo chi li metta al mondo, tutti questi dannati, destinati a un'esistenza estemporanea. se la incontrate, povera incosciente, vi prego, ditele di smettere. ci sono lacrime che non sapranno mai abbastanza di sale. sono le sofferenze che non c'appartengono. ci fingiamo buoni e cattolici ma siamo tutti egoisti fino al midollo, e anche oltre. non c'è limite all'indifferenza. è che alla lunga fa comodo anche il disagio, ha un che di familiare. navigare in una merda conosciuta non ha mai messo più di tanto in crisi nessuno. ma chiamiamo le cose come stanno: i problemi sono scuse, e le scuse sono maniere carine per fottersene altamente le palle.
una volta ho incontrato una persona che m'ha detto: la gentilezza e l'onestà non esistono al di fuori dell'amore. era un uomo nemmeno tanto degno di questo appellativo, che si crogiolava di lussuria in molti letti contemporaneamente. aveva forti braccia soffici e occhi spalancati di piacere e rassegnazione, o magari nessuna delle due. ne scorgevo obliqua le labbra incoscienti e il mento pronunciato, come quando sei bambino e non riesci a guardare fisso negli occhi il compagno che hai appena spinto atterra, sentivo sottopelle l'illusione di parole gravi sussurrate senza cognizione di causa. come dire: giusto per ammazzare il tempo. che poi quello ci servirebbe vivo e passi per chi lo inganna, ma a questi che lo ammazzano, beh, complimenti per la stupidità. alla fine ho sorriso e me ne sono andata, lasciandolo solo e tradito. non avrei mai ceduto alla bruttacopia di casanova. nessuno può permettersi di sopravvalutare l'amore, o sottovalutare l'umanità, fate voi come meglio v'aggrada.
adesso che è sera e le parole riescono difficili mi tornano alla mente quelle labbra, il loro disegno perfetto, stilizzato semplice, stilizzabile senza sforzo, poi la testa ricciuta e due occhi intelligenti color delle radici quadrate e non; mi appoggio a un'immagine e imparo di me una cosa nuova: so pentirmi. che se l'avessi baciato, invece di sfumar via, forse la scusa perlomeno non sarebbe sempre quella, che l'onestà è un affare di cuore, solo di miocardio sovresposto a numerosi impulsi. magari, fossi un'altra, gli avrei insegnato a tentarci. o magari no. chillosà quanto potere abbiamo sul prossimo. e chissà da cosa dipende. chissà se ne abbiamo. fate voi, troppe domande. finisce tutto in un'alzata di spalle, quando i punti esclamativi si sprecano.
ma in fondo è già sufficiente che io sia buona senza amare. provare per credere.

Ci fissavamo da distante e non mi ero mai sentita così comune. Lui aveva gli occhi grandi e masticava una gomma. L’avevo cercato da sempre e sempre mi si era negato. Un po’ come le cose belle: se non le vedi passano inosservate. Fumavo molto meno di adesso, al tempo. Lui indossava qualcosa come dei pantaloni e una maglietta. Per dire: gli uomini hanno davvero una scelta limitata, a livello di abbigliamento. Come ostentava lui, però, la comune usanza di coprire il proprio corpo nudo, non ci riusciva nessun altro. Davvero, aveva qualcosa di sensazionale nel suo essere normale. Trascinai la veste fino al bancone, desideravo con fervore un drink. Mi si avvicinò senza dare nell’occhio.
“Due Cuba Libre” E il barista eseguì benevolo.
Se avessi saputo che mi avrebbe cambiata insindacabilmente l’avrei evitato senza remore. Invece mi piaceva giocare. Erano giorni in cui il mondo girava a rovescio, se ci credevi con tutto te stesso. Casanova modello, mi offrì la bevanda e sorrise. Neppure ringraziai, non andava di moda.
“Come ti chiami?” Fece, ma era superfluo.
“ Tu come vorresti chiamarmi?” Azzardai, parve apprezzare.
“Luna.” Magari mi chiamassi Luna per davvero. Dolores a confronto pareva una presa per il culo. Masticava in attesa, come sospeso su una rotaia in fiamme. Adagiata sul suo petto, la t-shirt bianca pareva un drappo greco appena adattato alle forme importanti del campione nazionale olimpionico di disco. Le gambe, quelle, rimanevano abbozzate nella penombra, un po’ come quando ricordi, e le fisionomie non hanno più tratti decisi, chiari.
“Non è questo il mio nome, ma potrai chiedere di Luna, se lo vorrai, domani sera, in questo stesso bar…” Mi feci provocante, mi finsi forte. Meglio una buona recita che una pessima figura, con certi uomini.
“Ma io ti voglio adesso.” Mormorò lui, incalzante. Sollevando appena il sopracciglio mise a nudo una cicatrice tra la palpebra e la peluria aggettante. Forse tirava di boxe.
Ridacchiai, e fu la mia fine. O un inizio, come lo si voglia vedere. Per ogni cosa ci sono, sempre, due spiegazioni logiche.
Finimmo in una stanza di hotel, facemmo i salti mortali. Gli piaceva l’equilibrismo sessuale, lo ricercava. Forse non mi avrebbe così tanto ammaliato se non avesse avuto una qual perversione tra gli angoli delle labbra ampie e l’occipitale piatto. Taceva e premeva su di me le sue voglie, mentre ancora sapevo del mio ex ragazzo. Non se ne accorse, forse. Non credo fosse così evidente, in quel frangente. Dopo avermi cavalcata mi deterse un taglietto dovuto alle sue unghie lunghe da chitarrista, poi estrasse dalla tasca della cocaina e mi costrinse con un’occhiata complice (basta così poco per far capitolare una donna…) a tirare.
La lotta riprese ad armi impari perché la polvere mi era andata di traverso, e bruciava in gola peggio dell’acido muriatico sulle dita. La sua pelle non aveva più consistenza e io, perduto il mio peso specifico, presi a danzare una musica che non esisteva. Mi fissava e pareva quasi amarmi. C’addormentammo che non eravamo stati capaci di venire in nessuna maniera. Ridemmo anche, nel sonno. La mattina dopo non me lo trovai di fianco, ma un suo biglietto recitava che se non fosse partito presto avrebbe perduto la sua occasione, e che immaginava io avrei compreso. Logico, lo appoggiavo nella sua scelta.
Nostro figlio si chiama Donald: lo adoro quando ride, quando piange, quando mi racconta cos’ha fatto a scuola. È down, ma a volte riesco persino a dimenticarmene. Per una madre non fa differenza, in fondo. Mia zia (una brava donna, molto umile e accorta) lo tiene al pomeriggio e alla sera quando esco con Craig, il mio datore di lavoro, oramai quasi mio marito. Ci sposiamo il 19 settembre.
Quando suonano i Rolling Stones rimaniamo tutti a casa incollati allo schermo, con le patatine e due coche light a testa. Tacciamo per un’ora e mezza, in attesa. Poi, come sempre, Mick pianta gli occhi in camera, e sussurra “D., I love you”. Lui nelle lettere lo chiama ‘ il suo bambino speciale ’, ma per la sua mamma Donald non può appartenere a nessun altro. Al nostro piccolo però piace, alla sera, prima di coricarsi stremato dalle troppe emozioni, ascoltare la storia d’amore che lo ha voluto al mondo, e che gli permette di sussurrarmi da sotto le coperte “Dimmelo ancora, mamma, chiamami di nuovo ‘il tuo piccolo Jagger’…”.
Messico e Nuvole
... e il vento suon
a la sua armonica, anche stamattina. poverello, non sa cchèffare. da qualche parte ci sei tu, che ti svolgi piano nel tuo mostrarti inspiegabilmente esatto, come un'equazione matematica risolta al meglio. solo che a te non so eseguirti, non concedi alcun risultato. siamo naturalmente poveri di correttezza, se ci guardiamo allo specchio.
dov'ècche è la faccia triste dell'america? tu sei la mia terra novella, il mio continete obliato, eppure di triste non hai nulla. ti ergi in postura da manuale, da cameriere, dirimpetto al mare ed è lì che ti verrò a cercare, perchè ogni isola si perde nelle acque come io mi sono perduta in te da far paura all'anima, e in fondo l'acqua salata non sono che umori, i miei, sulla tua pelle stanca di Stakanov. ho lasciato un alone sul tuo ego, era desiderio, non vappiù via. peccato.
che voglia di piangere ho, adesso. posso tacere per sempre lo sai, e sarà un silenzio d'oro. o posso essere me stessa fino in fondo, fino al cuore stracciato e filamentoso, ma tu dovrai accettarmi perforza. mica bello, lo so, però io non discendo da pinocchio come te, no, mia nonna era cenerentola, perciò ho le mani delicate. cosa credi, è contrappasso.
andiamo accapo insieme, dai, come le due unità di una stessa sillaba. voglio essere il tuo iato, e tu maledirai per sempre la grammatica tiranna. oppure vestimi da canada, resteremo confinanti a vita, aderenti di desiderio ma senza mai concederci, basterebbe un terremoto, lo sai, ma tu no, non hai il coraggio.. non adesso. non vedi che adesso è già passato, tesoro? senzafretta, il tempo ci lascia indietro.
prendiamoci nell'incanto di un attimo che sia nostro fino in fondo. vedrai che nessuno ci disturberà, se faremo piano. il mondo non sa che farsene di due amanti felici. quante lingue sai parlare? possiamo essere cittadini del mondo, eddai, proviamo a mescolarci con impegno... forse se ci metti del tuo riusciremo ad appartenerci davvero, è che le cose belle bisogna volerle, te lo chiedo in ginocchio. ma tu non senti, sei controvento su quella maleddetta spiaggia bianca catarnifrangente e ti fanno male gli occhi, ma da bravo crudele dinatura piuttosto di voltarti verso di me soffri come un cane. magari te lo meriti.
ti vengo incontro io, così non facciamo notte, anche se lo vorrei, perchè col buio siamo tutti uguali, e posso fingere di essere la tua ex ragazza, magari con lei funziona, chillosà. ti spingo dal basso, cadi, sul bagnasciuga. la spuma gioca coi tuoi capelli, perlomeno lei in qualche modo li riesce a domare. sei terreno quanto me, non men'ero mai accorta. il vento ci seduce con un motivo di Ludovico Einaudi, "I Giorni". mi lanci un'occhiata obliqua che mi finisce nello stomaco, finalmente t'accorgi che dipendi da me, in una maniera o nell'altra. sorridi e il tuo sorriso è il mio silenzio religioso.
indichi un punto a caso nel mare immenso che tra poco ci ingoierà. "là c'è il messico", mi insegni con voce rauca. eppure non fumi più, che bravo. mi stringo a te e ancora provi imbarazzo, mi tremi addosso, ogni attimo che passa moriamo un po' di più, ma perlomeno moriamo assieme. adesso è l'ora, ti levi le scarpe, i tuoi piedi li ho scordati ma posso inventarli, l'immergi ambedue in acqua, mi stringi la mano per il freddo, ancora non ti seguo. di preciso, cosa vuoi?
piangi senza lacrimare. sei il motivo che ci suggerisce il vento battente, il mio motivo, una melodia per pianoforte, e le tue dita da contadino arricchito suonano le onde, in mancanza d'altro. a me basta il gesto per sentire quanto sei bravo, lo sappiamo da sempre. (sei mio da sempre.) passi, in apnea. e lì faccio mie le tue ragioni. se è il messico quello che vuoi, te lo darò. ci andremo insieme. accetto.
'Chi lo sa come fa quella gente che va fin là a pronunciare un sì'. lo so io, lo so. lo sai tu, lo sai. eppoi non serve andare là per dire si, guardaci.



