lunedì, 26 febbraio 2007

Che male c'è?

Non aveva voglia di sapere. Non quella volta. Non così, baciata dal sole, non Quell’estate. Non la Loro estate.

“No.”

Aveva 19 anni quando era successo, quando lui non era recidivo. Quando ancora c’era motivo di fare progetti, di credere, di appartenersi. Quando sorridere non era una paresi ma una libera manifestazione delle proprie attitudini verso il mondo, verso il destino. Era estate, si, anche allora lo era, ma in maniera diversa. Non tornava mai a casa, lei, non le apparteneva, come ecosistema. La fauna locale non ne prevedeva la presenza, il che forse non era un male. La sincera condivisione di un disagio non contempla in sé alcun margine di errore.

“Agata io…”

Agata io un cazzo. Agata io un bel cazzo di niente. Proprio no, non voleva sentirlo.

“Agata non vuole starti a sentire.”

“Perchè parli sempre in terza persona? Non credevo soffrissi di dissociazione dell’io…”

Questa era bella. Bellissima. La migliore. Dissociazione dell’io. Dopo aver sopportato quarantasei sedute dallo psicologo della mutua in quanto cutter recidiva, la dissociazione dell’io le faceva un baffo. Un bel baffo alla Garibaldi, un baffone. Il baffo della birra Moretti, pace all’anima sua. Che poi pazza no, non stavolta, non adesso. Pazza non lo era più, né tantomeno dissociata.

“Ma dissociata de che, dissociata? Di cosa? Da chi? Da me? Tu non hai capito un cazzo.”

Si accese una sigaretta. Quella decisione di fumare, quant’era stata stupida. La più stupida che avesse mai preso in tutta la vita. Soldi al vento, soldi che scivolano in un distributore e diventano sbuffi, sbuffi grigi, che salgono in alto, sempre più in alto, e bucano l’ozono. Una volta pensava che nascondendo l’accendino a suo padre forse lui avrebbe smesso.

Così sel’era infilato in tasca, a 12 anni, e l’aveva seppellito in giardino, mentre lui dormiva. Aveva capito tutto della vita, Agata. La piccola Agata. Poi dicono che i bambini sono scemi. Scemo è chi lo scemo fa, ma a lei nessuno la faceva fessa. Nessuno fa fesso un bambino.

(N.B. Quando si era svegliato, papà, aveva messo le scarpe, si era buttato addosso un giaccone e, frugando in tasca, aveva trovato un altro accendino. Allora aveva sorriso e si era svestito, con calma, accendendosi la diciassettesima multifilter del giorno. Erano le sei le pomeriggio, e l’aria sapeva di pioggia. Mentre lei piangeva, sconfitta e sola nella sua stanza, la radio cantava gli Spandau Ballet, “Gold”.)

“Dissociata dal mondo. Agata, in fondo non è mai detta l’ultima… chi lo sa che magari un giorno…” Ma aveva tutta l’aria di non crederci nemmeno lui. Così disegnava cerchi immaginari sul ghiaino, cerchi colla punta della scarpa, e stava zitto. Muto di un silenzio che perfora i timpani. Che dilania la pazienza.

“O ma cazzo, ci sei o ci fai? Un giorno cosa? Un giorno la fame nel mondo non ci sarà più e la gente correrà nuda per le strade e tutti praticheremo l’amore libero e un imbecille occhialuto ipocondriaco troverà una cura per il cancro? Ma un giorno cosa? Eh?”

Un giorno. Quel giorno, lei aveva 19 anni e sua madre piangeva piano in soffitta, tra i libri di medicina. Quel giorno nessuno poteva sapere quanto le fosse necessario un abbraccio. E invece era lei a stringere un cuscino, il solito, quello giallo e rosa. Quello che le aveva regalato Alfredo. Il suo “consolador”.

Lui batteva le mani passeggiando per il giardino. Quello sputo di terra su cui avevano zampettato tre cani, ed erano poi morti gloriosamente, per svariate ragioni, a distanza di lustri. Lustri perfetti, con pochi giorni di ritardo o di anticipo rispetto alle loro aspettative.

“Chi lo sa Agata? Chi lo sa? Magari si, magari succederà. Quand’è che hai smesso di sperare?”

Quando? Quando? Quando aveva mai iniziato, lei? Quando era più facile, da piccola, si, ci aveva provato. E le riusciva anche piuttosto bene. Ma poi le cose cambiano, poi arriva l’uomo nero e comincia la guerra in Iraq e alle superiori ti rimandano in latino con il quattro, così smetti di crederci. Nella Soluzione. Smetti di immaginartela, di pensartela, smetti di sognare. Anche di notte. Dormi del sonno disperato dei cretini quieti e rassegnati e ti svegli che non ne hai mai abbastanza. Perché non SEI abbastanza, perché non sei tu. Perché toglietemi tutto ma non la voglia di vivere, e migliorare, e superarmi mandando a fanculo la vecchia me. Perché senza io sono nulla, perché non sono. Non sono più da un pezzo.

“Non credo più da un pezzo, io, papà. Non ci credo.”

“Perché?” Era una domanda? Era davvero una domanda? Che domanda del cazzo.

“Che domanda del cazzo. E tu perché ci credi?”

“Perché non mi resta altro, Agata.”

 

Ecco era quello che non voleva sentire. Quello. Quel silenzio dopo una frase a effetto, americana, cinematografica. Quel maledetto vuoto dentro tipo se ti aspirassero gli organi vitali ma tu rimanessi comunque in piedi. Quei tre secondi di vita dopo che la ghigliottina ha fatto il suo dovere, carezzandoti la nuca con un po’ troppa veemenza. Quel mostruoso nulla che segue la catastrofe, come Morte galoppa dietro a Carestia o a Pestilenza, la spada puntata, pronta. Quasi tu non ne avessi già passate abbastanza. Ma non basta, no, non basta mai. Siamo umani e l’inferno è qui, l’inferno è ora, l’inferno sono gli occhi di tuo padre che ti studiano imbarazzati ora che ti racconta che sta morendo, e lo ammette a sé mentre lo fa con te. Due cose in una, come gli sconti e le bufale, come il perdono e il senso di colpa, quello vero. Quello che ti marchia a fuoco. Quello che ti costringe ad accendere un’altra sigaretta e a dire cose che non pensi.

Quel giorno aveva 19 anni e le hit parade si guardavano in tv. Leggere non era una motivo di vergogna e scopare non giustificava un buon posto di lavoro.

Suo padre aveva un cancro e nessuno gliel’aveva detto. L’aveva capito da sola.

Questo giorno di anni ne aveva 27, e le hit parade erano morte coi suoi primi timidi approcci alla tesi di laurea, molto tempo fa. Leggere era un verbo del tutto privo di significato che non rappresentava un’azione, ma un disagio nei confronti della vita vissuta. Scopare (sempre e comunque al di fuori del matrimonio, e del sentimento), quello si, faceva della gente un’ottima segretaria, o una moglie rispettabile. O un grande uomo.

“Beh, e ora che si fa?”

Erano in vacanza, loro due, da soli. In montagna. Mamma sen’era andata quel giorno, otto anni prima. Aveva lasciato un biglietto sul tavolo della cucina: ‘Io così non ce la faccio. Così no. Mi dispiace di non essere stata all’altezza delle vostre aspettative. Non posso veder morire chi amo. Perché vi amo, tutti e due. Scusatemi.’

E ora lei stava per sposarsi. Con Alfredo. Era la loro estate, quella, era l’ultima.

“Che si fa, papà?”

Papà si mordeva il labbro. Lo sapeva anche lui che avrebbe detto qualcosa di scomodo, adesso, di fuori luogo.

“Si spera, Agata, si spera.”

“Che cos’è?”

“Metastasi alla gola. E ai polmoni. Ma adesso basta, che è tardi, prepara la tavola, dai che mangiamo qualcosa. Ho fame.” Bugia, era da tempo che non aveva più fame. E lei aveva disimparato a sperare. Quindi: bisognava ricominciare tutto daccapo. Un’altra volta. E ogni maledetto inizio era difficile, sempre più difficile.

Ogni volta sembrava non finire mai… ma forse Questa volta, Questa, forse Questa era diversa. Forse.

Suo padre cominciò a salire le scale, aiutandosi con il corrimano. I balconi intarsiati di stelle alpine giocavano a squarciare la luce senza pietà. Era agosto, tardo pomeriggio, e le mamme chiamavano a rapporto i bambini gocciolanti di sudore coi palloni in mano, per sgridarli o per mangiare. Qualcuno invecchiava lento sulle panchine dell’altipiano, ricordando la guerra. Qualcun altro preferiva farlo lungo i tornanti di antichi sentieri abbarbicati ai monti, camminando. Altri si acquattavano di fronte alla televisione, sperando che il divano, un giorno o l’altro, li ingoiasse nella sua piega centrale, facendoli sparire. Nessuno se ne sarebbe accorto. Erano tutti morti, forse.

Ma si muore un po’ per poter vivere.

“Papà?”

Lui si voltò subito, VOLEVA essere chiamato.

“Si?”

“Posso farti una domanda?” Come quando sei piccolo e sai che stai per chiedere qualcosa di scemo. Come quando ti vergogni, e hai 18 anni ma pensi che il mondo di testa te ne dia 13. Come quando all’università tutti capiscono e tu no. Come ammettere che forse è chiaro, ma forse anche no, che male c’è, in fondo?

“Si cara, dimmi pure.”

E lei già piangeva, lei, piangeva.

“Ma perché ancora? Perché a te? Perché?”

Perché?

Perché?

posted by: silocchidigatto at 14:17 | link | commenti (8)
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venerdì, 02 febbraio 2007

è l'abitudine che ci fotte, l'abitudine, l'abitudine.

le tette di quella ballonzolavano pesantemente a destra, poi in centro, poi a sinistra. in conflitto reciproco, i capezzoli volgevano altrove, degnosi. nemmeno uno sguardo, mai, tra loro, nessuna complicità. mai, per l'eternità. lui si districava come poteva, occhi chiusi. un altro poco e faceva tutto da sè. mica male, il fai da te, niente da dire. è solo che dopo un po' ti chiedi come sarebbe se lei partecipasse anche solo un tantino di più, mica come trainare le redini del gioco, no, solo un minimo, pochissimo, un briciolo. com'è che le briciole diventano maschili quando si parla di sforzo, proprio non lo si sa. sarà che le femmine si sforzano poco, appunto.

un ansimare stanco, ma stanco de che poi? la voce di lei come rigirata nella testa, un esercizio di provocazione e spudoratezza che aveva provato mille volte allo specchio, da ragazzina. fino a produrre quel risultato. ricercatissimo. c'è un campanello di godimento diverso per ogni donna su questa terra. testarne la sincerità sarebbe come privare ognuna del proprio segreto più grande.  nessuno si sognerebbe mai di farlo, nessuno. meglio restare, muti e inconsapevoli, schiavi, a guardare mentre disegna arabeschi per aria coi capelli, e s'inarca appena, mantida di sudore e rigogliosa di umori freschi.

veniva, lei, o perlomeno così pareva. era bionda, piena, il viso leggermente sfumato di rosso. dalla stanza di fianco sua madre lo chiamò più volte, ma la porta era chiusa a chiave, non c'era pericolo. chissà perchè la sessualità dei figli fa imbestialire i genitori. in fondo è meglio che funzioni piuttosto che... beh, ecco. piuttosto che finire per non figliare, mettiamola così. lei si risollevò che lui stava ancora spargendo seme sul lenzuolo. il dvd saltò e lei si rivestiva già, peccato. si riaccomodò le mutande alla meglio e spense il televisore. chissà perchè andrea l'aveva lasciata, quella figa da paura. doveva chiederglielo... in fondo era suo fratello, gliel'avrebbe detto. sistemò il disco in una custodia a caso e si pettinò allo specchio, colle mani. prima o poi avrebbe smesso di masturbarsi guardandola scopare con lui. prima o poi ci avrebbe provato.

ma è l'abitudine che ci frega, cazzo, l'abitudine, l'abitudine l'abitudine.

almeno così era sicuro che lei non avrebbe opposto resistenza.

almeno.

posted by: silocchidigatto at 13:02 | link | commenti (11)
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