l'immagine di quello che siamo non ci rispetta. lo specchio si prende gioco di noi. a 15 anni per la prima volta, dopo il nostro rendez-vous quotidiano al cospetto della parete riflettente del bagno, ci voltiamo di scatto, a metà strada tra la sacrosanta libertà di essere e la schiavitù di un giudizio oggettivo: lui è lì, con tanto di linguaccia canzonatoria, digrigna i denti e ci abbaia contro. così ci risvegliamo dalla favola dell'infanzia e mutiamo in brutti anatroccoli adolescenti. un giorno come tanti. la verità che pesa nello zaino diventa allora, più dei libri, più del diario con i richiami del professore annotati a biro, lo specchietto a conchiglia che ci ha regalato nostra madre per il primo campeggio. "cos'è" ci chiediamo incattiviti "un modo per rendermi quotidianamente cosciente dell'orrore che sono? una maniera propedeutica per spingermi all'autoanalisi?". E tintinnano disordinate collane e collanine sul collo improvvisamente impresentabile, vergogna di delicatezze Modiglianee.
per Diana, quel giorno ci ha rovinato la vita. era meglio la blasfema cecità di un sole cattivo e malato che affonda i raggi nei bulbi, e li devitalizza. preferivamo (tutti ma soprattutto tuttE) i sette anni di rogna che accompagnano l'infrangersi violento al suolo della superficie riflettente, piuttosto di diete assassine e disperate corse sul posto. auspicavamo chi a un futuro come danzatrice in un circo, con volant e merletti appesi alle natiche nude, chi a una luminosa carriera cinematografica, con tanto di oscar piantato sopra una pila di copioni, come fermacarte. invece niente. non avremo di che ridere e gioire, no, mai più, perchè siamo brutte. o brutti. tempestati di brufoli quasi un ciondolo svaroski di pallidi strass, anientati dalla perfidia di una natura ingrata, messi a confronto colla Nike di Samotracia o col Discobolo facciamo fetecchia. quasi un vilipendio all'arte.
ma una soluzione, per quanto trita e banale, c'è. lo insegnano le favole. l'invidia non porta da nessuna parte. allora al cospetto del maledetto aggeggio infernale che dicono ci mostri il nostro vero volto, alla domanda "specchio delle mie mie brame, chi è la più bella (o il più fico) del reame?" sostituiremo: "specchio del mio cesso (abbellito di fronzoli e cartoline da far impallidire il santuario di Lourdes con tutte le sue grazie), chi è la più racchia, la più orrenda e malvestita della scuola? secondo me quella Caterina della 2' C... quella non sa nemmeno dove sta di casa una doccia, e si fa ancora accomodare i pantaloni del mercato dalla madre."
e per fortuna che gli specchi non parlano. e per fortuna che chi tace sembra, a modo suo, acconsentire.




